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Poggiomarino, operaio di 58 anni cade da una scala al cimitero: è in coma. In Campania 61 morti sul lavoro nel 2026

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
12 Ottobre, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Poggiomarino, operaio di 58 anni cade da una scala al cimitero: è in coma. In Campania 61 morti sul lavoro nel 2026
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Il lavoratore, dipendente di una ditta di onoranze funebri e residente a Scafati, è precipitato da circa tre metri durante una tumulazione in una cappella privata. Ha battuto la testa e riportato diverse fratture. È ricoverato in rianimazione all’Ospedale del Mare, in pericolo di vita. Indagano i carabinieri. Negli ultimi giorni altri tre operai hanno perso la vita in Campania.

Un lavoro da portare a termine, una tumulazione all’interno di una cappella privata, poi la caduta da una scala e una corsa in ospedale. Un uomo di 58 anni, dipendente di una ditta di onoranze funebri e residente a Scafati, è ricoverato in coma e in pericolo di vita dopo un grave incidente sul lavoro avvenuto nel cimitero comunale di Poggiomarino.

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L’episodio si è verificato nel tardo pomeriggio di domenica 11 ottobre. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della stazione di Poggiomarino e della sezione radiomobile di Torre Annunziata.

Secondo una prima ricostruzione, il lavoratore sarebbe caduto da un’altezza di circa tre metri mentre era impegnato nelle operazioni di tumulazione all’interno di una cappella privata. Nell’impatto avrebbe battuto violentemente la testa, riportando anche diverse fratture.

Soccorso e trasportato in ambulanza all’Ospedale del Mare di Napoli, è stato ricoverato in rianimazione. Le sue condizioni sono gravissime.

Le cause della caduta sono ancora da accertare. I carabinieri stanno svolgendo gli accertamenti necessari per ricostruire la dinamica dell’incidente e verificare le circostanze in cui si stava svolgendo il lavoro.

Campania, 61 vittime sul lavoro dall’inizio dell’anno

La vicenda di Poggiomarino riporta l’attenzione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro in Campania, dove il bilancio delle vittime continua a crescere.

Dall’inizio del 2026 in Campania si contano 61 morti sul lavoro. La regione figura tra i territori italiani con il maggior numero di vittime, insieme a Lombardia, Veneto e Sicilia.

Il quadro nazionale conferma la gravità del fenomeno. Nell’ultimo aggiornamento pubblicato dall’INAIL, relativo al periodo gennaio-agosto 2026, le denunce di infortunio mortale avvenuto durante l’attività lavorativa sono state 498, contro le 488 dello stesso periodo del 2025. Nello stesso intervallo, le denunce complessive di infortunio durante il lavoro, esclusi gli studenti, hanno raggiunto quota 285.811, con un incremento del 5,1%.

Anche in Campania cresce il numero delle denunce: secondo lo stesso rapporto INAIL, nei primi otto mesi del 2026 gli infortuni denunciati nella regione sono aumentati del 7,2% rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente.

I dati vanno letti tenendo conto delle diverse finestre temporali e dei criteri di rilevazione: le denunce INAIL sono dati amministrativi provvisori e non coincidono necessariamente con il conteggio delle vittime diffuso da altre fonti. Il bilancio definitivo del 2026 sarà disponibile soltanto dopo il consolidamento dei dati.

Da Caivano ad Apollosa, tre operai morti in pochi giorni

Il grave incidente di Poggiomarino arriva a pochi giorni da altre tragedie che hanno colpito il mondo del lavoro in Campania.

A Caivano, Salvatore Calignano, operaio edile di 61 anni, è morto il 3 ottobre dopo essere precipitato dal tetto di un capannone sul quale stava effettuando lavori di manutenzione. L’uomo era stato soccorso e trasportato in ospedale, dove è deceduto.

La vicenda ha portato a sviluppi giudiziari: il 9 ottobre i carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di arresti domiciliari nei confronti del datore di lavoro, un imprenditore di 37 anni. L’uomo è accusato di omicidio colposo e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. È indagato anche il committente dei lavori, proprietario del capannone. Secondo quanto accertato dalla Procura, Calignano e gli altri due operai impegnati nell’intervento lavoravano in nero. Le accuse dovranno essere valutate nelle sedi giudiziarie competenti.

Un’altra tragedia si è verificata ad Apollosa, in provincia di Benevento, dove Antonio Simone, 46 anni, originario di Montesano sulla Marcellana, è morto mentre era impegnato nella realizzazione di un muro in cemento all’interno di un’azienda della filiera zootecnica. La struttura sarebbe crollata, travolgendolo.

In provincia di Avellino, invece, Pietro Pellegrino, 55 anni, ha perso la vita a Prata di Principato Ultra mentre lavorava sul tetto di un capannone per smontare pannelli solari. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe ceduto un lucernaio, provocando la caduta dell’uomo.

Tre storie diverse, accomunate da un dato: lavoratori che hanno perso la vita mentre svolgevano la propria attività. E adesso, a Poggiomarino, un altro uomo lotta tra la vita e la morte.

La sicurezza non può essere una variabile secondaria

Nel caso del cimitero di Poggiomarino sarà necessario attendere gli esiti degli accertamenti per comprendere che cosa abbia provocato la caduta e verificare se tutte le misure di sicurezza previste fossero state rispettate.

Non è possibile, allo stato, attribuire responsabilità. Ma l’incidente riporta al centro una questione che attraversa cantieri, capannoni industriali, lavori di manutenzione e attività svolte in quota: la necessità di prevenire i rischi, garantire attrezzature adeguate e assicurare condizioni di lavoro sicure.

Il rapporto INAIL relativo ai primi otto mesi del 2026 segnala, a livello nazionale, un aumento del 2% delle denunce di infortunio mortale durante l’attività lavorativa rispetto allo stesso periodo del 2025. Le costruzioni e il trasporto e magazzinaggio figurano tra i settori nei quali crescono le denunce mortali.

A Poggiomarino, intanto, l’attenzione resta sulle condizioni del cinquantottenne ricoverato all’Ospedale del Mare e sulle indagini dei carabinieri.

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La distinzione giuridica è importante. Il dolo eventuale presuppone, in termini generali, che una persona si rappresenti la possibilità che la propria condotta provochi un evento mortale e ne accetti il rischio. La colpa, invece, riguarda una condotta negligente, imprudente o imperita, senza quella forma di accettazione del rischio. Le pene richieste da Burlando sono quelle invocate dalla parte civile e non costituiscono condanne già pronunciate. Anche la qualificazione giuridica dei fatti resta sottoposta alla valutazione dei giudici. «Il suo corpo chiedeva aiuto»: le accuse sulle cure domiciliari Al centro della requisitoria c'è la gestione delle condizioni cliniche di Maradona nelle settimane precedenti la morte. Il campione era stato sottoposto a un intervento chirurgico per un ematoma subdurale e, successivamente, era stato trasferito in un'abitazione privata per proseguire la convalescenza. Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. 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