Ventitré anni dopo l’omicidio di Carlo Polese, dieci anni dopo la condanna a 20 anni di carcere e dopo quattro ricorsi accolti dalla Cassazione, Giorgio Di Bartolomeo è tornato libero.
È l’ultimo capitolo, per ora, di una vicenda giudiziaria cominciata a Ercolano il 19 agosto 2003, nel pieno della sanguinosa faida tra i clan Ascione-Papale e Birra-Iacomino.
Di Bartolomeo era stato condannato a 20 anni di reclusione per l’omicidio di Polese, ritenuto dagli investigatori un esponente del clan Birra. La sua responsabilità era stata ricostruita anche attraverso le dichiarazioni di 13 collaboratori di giustizia.
Ora quella condanna è stata nuovamente messa in discussione.
La Prima sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto per la quarta volta il ricorso presentato dall’avvocato Dario Vannetiello. La decisione ha portato alla scarcerazione di Di Bartolomeo, avvenuta il 16 settembre, esattamente dieci anni dopo la condanna pronunciata dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli.
La vicenda giudiziaria, dunque, non può essere raccontata semplicemente come quella di un uomo condannato e poi liberato: il punto è che la condanna è stata nuovamente annullata e il procedimento dovrà essere riesaminato, ma per capire cosa significa questa decisione bisogna tornare indietro di 23 anni.
Ercolano, estate 2003: una città dentro la guerra dei clan
Ercolano, all’inizio degli anni Duemila, era uno dei territori campani maggiormente segnati dalla contrapposizione tra gruppi criminali.
Da una parte gli Ascione-Papale, dall’altra il clan Birra-Iacomino. Una guerra per il controllo del territorio e delle attività criminali che aveva prodotto una lunga scia di omicidi, agguati e tentati omicidi.
Nel 2003 la tensione era altissima.
Il 19 agosto, secondo la ricostruzione investigativa e giudiziaria, un gruppo riconducibile ai Birra-Iacomino si presentò nella zona considerata una roccaforte degli Ascione, il complesso conosciuto come “Moquette”. Non sarebbe stata una semplice incursione.
Secondo quanto emerso dalle indagini, il commando avrebbe avuto anche un ordigno e l’obiettivo sarebbe stato compiere un’azione dimostrativa contro il clan rivale. Tra gli uomini presenti c’era Carlo Polese.
Le vedette degli Ascione avrebbero però individuato il gruppo e ingaggiarono una sparatoria.
Carlo Polese muore durante l’agguato
Polese venne raggiunto da un colpo di pistola mentre, secondo la ricostruzione processuale, cercava di scavalcare il muro di cinta del condominio. Un proiettile colpì anche un passante, Giovanni Cozzolino, che rimase ferito ma riuscì a sopravvivere.
Carlo Polese, invece, morì il giorno successivo, 19 agosto 2003, a causa delle ferite riportate. Aveva 23 anni.
Per gli investigatori, a sparare dal palazzo degli Ascione sarebbe stato Giorgio Di Bartolomeo, genero del boss Raffaele Ascione, detto “‘o Luongo”.
È questa la ricostruzione che, negli anni successivi, sarebbe entrata nei processi.
Tredici collaboratori di giustizia contro una sola versione
Il nome di Di Bartolomeo non sarebbe rimasto legato all’omicidio soltanto alle dichiarazioni di un singolo pentito.
Nel procedimento furono raccolte le dichiarazioni di 13 collaboratori di giustizia che indicarono Di Bartolomeo come l’uomo che aveva sparato contro Polese.
Nel 2016, dopo anni di indagini, il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli condannò Di Bartolomeo a 20 anni di reclusione.
La condanna riguardava l’omicidio di Polese e arrivava al termine di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli.
Di Bartolomeo era già conosciuto dagli investigatori e aveva riportato in precedenza una condanna per associazione mafiosa legata al clan Ascione, ma proprio la pluralità delle dichiarazioni dei collaboratori sarebbe diventata uno dei terreni principali dello scontro giudiziario.
La difesa: fu legittima difesa
La versione della difesa è radicalmente diversa. Secondo la tesi sostenuta dall’avvocato Dario Vannetiello, Di Bartolomeo non avrebbe organizzato un agguato contro Polese. Sarebbe stato lui, invece, il bersaglio dell’azione del gruppo rivale.
La difesa ha sostenuto che Polese e altri quattro uomini si trovassero nei pressi dell’abitazione di Di Bartolomeo con l’intenzione di compiere un agguato e che la reazione dell’imputato dovesse essere valutata anche alla luce della legittima difesa.
Una tesi che ha attraversato i diversi gradi del procedimento e che è diventata uno degli elementi centrali della strategia difensiva.
Dieci anni di condanna, ma il processo non finisce
La storia giudiziaria di Di Bartolomeo è stata tutt’altro che lineare.
Nel 2019 la Cassazione aveva già annullato la condanna a 20 anni, rimettendo la vicenda a un nuovo giudizio. Il procedimento è quindi tornato più volte davanti ai giudici di merito.
Nel 2021, dopo un ulteriore passaggio in Cassazione, Di Bartolomeo era già stato scarcerato in attesa del nuovo processo d’appello, con l’obbligo di dimora. All’epoca la condanna a 20 anni risultava ancora formalmente pendente e il procedimento avrebbe dovuto essere nuovamente esaminato.
Ora è arrivato un nuovo colpo di scena.
La Prima sezione penale della Cassazione ha accolto per la quarta volta il ricorso della difesa.
Secondo le ricostruzioni pubblicate oggi, la Suprema Corte ha rilevato criticità logico-giuridiche nella decisione precedente, riportando nuovamente al centro del procedimento la valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ed è proprio questo il punto che rende la vicenda giudiziaria ancora aperta.
Cosa succede adesso
La scarcerazione non significa che la magistratura abbia stabilito definitivamente che Di Bartolomeo non sia responsabile dell’omicidio, ma che la condanna a 20 anni non regge più nella forma nella quale era stata pronunciata e che il procedimento deve essere nuovamente valutato secondo quanto stabilito dalla Cassazione.
Dall’altra parte resta il dato investigativo che aveva sostenuto l’accusa: tredici collaboratori di giustizia avevano indicato Di Bartolomeo come autore dell’omicidio ed è proprio l’attendibilità, la convergenza e il valore probatorio di quelle dichiarazioni a rappresentare uno degli snodi della vicenda giudiziaria.
Una storia lunga 23 anni
Dal 19 agosto 2003 sono passati 23 anni.
Nel frattempo sono cambiati i protagonisti della faida di Ercolano, molti dei clan che allora combattevano per il controllo del territorio sono stati colpiti da arresti e condanne e la stagione più sanguinosa di quella guerra criminale è rimasta alle spalle, ma l’omicidio di Carlo Polese continua a produrre conseguenze giudiziarie.










