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Anna Scala, ergastolo confermato in appello: uccisa con 17 coltellate dall’ex

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
15 Settembre, 2026
in Cronaca
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A tre anni dall’omicidio di Anna Scala, la Corte di Assise di Appello di Napoli ha confermato l’ergastolo per Salvatore Ferraiuolo, l’ex compagno della donna, condannato in primo grado dalla Corte di Assise di Napoli nel giugno 2025.

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Anna Scala aveva 56 anni.

Fu uccisa il 17 agosto 2023 a Piano di Sorrento, nel cuore della Costiera sorrentina. Secondo quanto ricostruito nel procedimento, venne aggredita all’interno di un garage e colpita con almeno 17 coltellate. Il suo corpo fu poi nascosto nel bagagliaio della sua automobile.

Oggi, 15 settembre 2026, la sentenza di secondo grado ha confermato integralmente la condanna al carcere a vita.

La Procura generale di Napoli aveva chiesto di ribadire l’ergastolo e la Corte ha accolto la richiesta.

Anna aveva già denunciato il suo ex

È uno degli aspetti più dolorosi della storia di Anna Scala.

Prima di essere uccisa, la donna aveva già denunciato Ferraiuolo per stalking. Secondo quanto emerso durante il processo, aveva anche cambiato casa perché la situazione era diventata insostenibile.

Aveva cercato di allontanarsi.

Aveva cercato protezione.

Ma quella distanza non è bastata.

La mattina del 17 agosto 2023 Anna stava andando al lavoro. Faceva la parrucchiera a domicilio. Fu aggredita nel garage dove aveva parcheggiato la sua auto.

Gli investigatori si misero immediatamente sulle tracce dell’ex compagno. Ferraiuolo fu rintracciato poche ore dopo, non lontano dal luogo in cui era stato trovato lo scooter utilizzato per allontanarsi dalla zona.

L’ergastolo in primo grado

Il processo davanti alla Corte di Assise di Napoli si concluse il 10 giugno 2025 con la condanna all’ergastolo.

La Corte riconobbe le aggravanti contestate, compresa quella della crudeltà. Durante il processo, Ferraiuolo aveva fornito versioni differenti sulla dinamica dell’omicidio; l’accusa sostenne invece la premeditazione, ricostruendo un’aggressione preparata e preceduta dall’attesa della vittima.

In aula, quel giorno, c’era anche la figlia di Anna, Maria Svato.

«Questa è la condanna della giustizia terrena, nulla mi potrà restituire mia madre», disse dopo la sentenza di primo grado.

La conferma in appello

Nel processo di secondo grado la Procura generale aveva chiesto nuovamente l’ergastolo.

Ferraiuolo, nell’udienza precedente alla sentenza, aveva reso dichiarazioni spontanee e chiesto nuovamente scusa alla famiglia di Anna.

Oggi la Corte di Assise di Appello di Napoli ha confermato la condanna.

In aula era presente Maria Svato, che ha scelto di non commentare il verdetto. L’avvocato della famiglia, Salvatore Esposito, ha espresso soddisfazione per una decisione che, secondo la parte civile, conferma il quadro probatorio emerso nel processo.

Una storia che non comincia con quelle 17 coltellate

La storia di Anna Scala non può essere raccontata soltanto dal momento in cui è stata uccisa.

Comincia prima. Parte dalle denunce, dalla paura, dalla decisione di cambiare casa, dal tentativo di interrompere una relazione diventata pericolosa.

Ed è proprio questo che rende il femminicidio di Piano di Sorrento una storia che continua a interrogare la nostra capacità di riconoscere la violenza prima che diventi irreversibile.

Anna non è stata uccisa soltanto nel momento in cui sono state sferrate quelle coltellate, ma dopo che aveva già manifestato la propria paura e chiesto aiuto.

Tre anni dopo, l’ergastolo è stato confermato, ma nessuna sentenza può restituire ad Anna Scala ciò che le è stato tolto: il tempo, la vita, il futuro.

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Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. 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