La libertà di scegliere, il diritto all’autodeterminazione, la possibilità di decidere del proprio corpo. Sono alcune delle battaglie che hanno attraversato oltre cinquant’anni di impegno civile di Emma Bonino. Una storia cominciata da un’esperienza personale e diventata una delle più importanti battaglie per i diritti delle donne in Italia e nel mondo.
Emma Bonino non ha mai amato essere definita semplicemente una femminista.
In una delle sue riflessioni più note spiegava di non considerare le donne una categoria da proteggere, perché una simile impostazione, a suo giudizio, avrebbe finito per indebolirne la libertà.
La sua idea era un’altra: le donne dovevano essere messe nelle condizioni di scegliere, decidere e assumersi la responsabilità della propria vita esattamente come gli uomini.
È stato questo il filo rosso di molte delle sue battaglie e alcune di quelle battaglie hanno cambiato profondamente l’Italia.
L’aborto: la prima grande battaglia
Tutto comincia negli anni Settanta.
Nel 1974, a 26 anni, Bonino affrontò personalmente un aborto clandestino, quando in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza era ancora un reato.
Quell’esperienza la segnò profondamente. Tornando a casa, avrebbe raccontato di aver deciso che nessun’altra donna avrebbe dovuto essere costretta a vivere quella stessa umiliazione.
Un anno dopo scelse di uscire allo scoperto e di autodenunciarsi, non fu soltanto una confessione personale, ma un atto di disobbedienza civile.
Bonino e i radicali decisero infatti di portare alla luce una realtà che esisteva già ma che la legge costringeva alla clandestinità: donne che interrompevano gravidanze indesiderate, spesso senza adeguate garanzie sanitarie e con un peso sociale e giudiziario enorme.
La sua battaglia contribuì al movimento che portò alla legge 194 del 1978, che depenalizzò l’aborto e ne disciplinò l’accesso in determinate condizioni.
Per Bonino, però, quella conquista non sarebbe mai stata definitiva. Ancora negli ultimi anni continuava a mettere in guardia dal rischio che i diritti conquistati potessero essere indeboliti se non venivano difesi.
La contraccezione e il diritto all’informazione
La battaglia sull’aborto, per Bonino, non poteva essere separata da quella sulla contraccezione e sull’informazione sessuale.
Nel percorso del CISA, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, l’obiettivo era anche quello di fornire alle donne informazioni e assistenza sulla contraccezione, sulla sterilizzazione e sull’interruzione di gravidanza.
Era un approccio che anticipava una concezione oggi molto più diffusa della salute riproduttiva: prevenire le gravidanze indesiderate, garantire informazioni corrette e permettere alle donne di prendere decisioni consapevoli.
Non arrivare dopo il problema, ma dare alle donne gli strumenti per poter scegliere prima.
Il divorzio e la libertà dentro la famiglia
Tra le battaglie radicali alle quali Bonino partecipò ci fu anche quella per il divorzio, insieme alla più ampia stagione delle riforme dei diritti civili degli anni Settanta.
La legge sul divorzio era stata approvata nel 1970 e il referendum del 1974 rappresentò uno dei grandi momenti di confronto sulla trasformazione della società italiana.
La vittoria del «No» all’abrogazione della legge confermò la possibilità di sciogliere il matrimonio civile.
Per le donne significava anche mettere in discussione un modello familiare nel quale il matrimonio poteva diventare una condizione dalla quale era estremamente difficile uscire.
Bonino fu parte di quella stagione politica che avrebbe portato anche alla riforma del diritto di famiglia, approvata nel 1975, con il superamento di una concezione fortemente gerarchica della famiglia e l’affermazione della parità tra coniugi.
La sua militanza si inserì quindi in un processo molto più ampio: trasformare la libertà individuale da principio astratto a diritto concreto.
Dalla libertà delle donne italiane a quella delle donne nel mondo
La battaglia di Bonino non rimase confinata all’Italia.
Negli anni Novanta il suo impegno internazionale la portò ad occuparsi anche delle condizioni delle donne nei Paesi dove i diritti fondamentali erano maggiormente compromessi.
Uno dei temi ai quali dedicò particolare attenzione fu quello delle mutilazioni genitali femminili.
Bonino fondò nel 1993 “Non c’è pace senza giustizia”, organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani e nella promozione della giustizia internazionale. Tra le sue campagne ci fu quella contro le mutilazioni genitali femminili, considerate una grave violazione dei diritti delle donne.
Era una battaglia diversa da quella sull’aborto, ma basata sullo stesso principio: nessuna tradizione, nessuna cultura e nessuna autorità può giustificare la violazione dell’integrità e della libertà di una donna.
Afghanistan: la denuncia della condizione femminile
La difesa dei diritti delle donne la portò anche in Afghanistan.
Nel 1997 Bonino fu brevemente detenuta dai talebani durante una missione nel Paese, dopo che alcuni componenti della sua delegazione avevano fotografato un ospedale femminile, violando le regole imposte dal regime.
Bonino denunciò con forza la condizione delle donne afghane e l’atteggiamento della comunità internazionale.
Anche in questo caso il principio era lo stesso: la libertà delle donne non può essere considerata un diritto di serie B, subordinato alla cultura o alla politica del luogo in cui una donna nasce.
Non proteggere le donne: renderle libere
È probabilmente questo l’aspetto più originale della sua concezione dei diritti femminili.
Bonino non amava una politica costruita soltanto sulla protezione, preferiva parlare di autodeterminazione. Non una donna protetta perché fragile, ma una donna libera perché titolare dei propri diritti.
È una differenza importante, perché proteggere qualcuno significa, talvolta, decidere anche al suo posto, riconoscere un diritto significa invece permettere a quella persona di decidere per sé Da qui nasce una delle caratteristiche più riconoscibili del pensiero di Bonino: la difesa dell’individuo prima ancora dell’appartenenza a una categoria.
Una battaglia che non considerava mai conclusa
Nel corso della sua lunga carriera, Bonino continuò a considerare i diritti conquistati come qualcosa da difendere quotidianamente.
La legge 194, innanzitutto, ma anche la libertà sessuale, l’autodeterminazione, la parità, la tutela delle donne vittime di violenza e la lotta contro pratiche che negano l’integrità del corpo femminile.
La sua convinzione era che nessuna conquista civile fosse irreversibile ed è forse questo uno degli ultimi insegnamenti che lascia.
Emma Bonino non ha semplicemente combattuto perché alle donne venissero riconosciuti nuovi diritti. Ha combattuto contro l’idea che qualcuno potesse stabilire dall’esterno quanto una donna fosse libera di scegliere della propria vita.
Dall’aborto clandestino vissuto sulla propria pelle alla denuncia delle mutilazioni genitali femminili, dalle battaglie per il divorzio alla difesa della salute riproduttiva, il percorso è stato lungo più di mezzo secolo, ma il principio è rimasto lo stesso.
Una donna non ha bisogno di qualcuno che scelga per lei. Ha bisogno di poter scegliere ed è su questa idea di libertà che Emma Bonino ha costruito una parte fondamentale della sua storia.











