Nel 1974, a 26 anni, Emma Bonino affrontò un aborto clandestino in una clinica di Firenze. Tornando a casa si disse che nessun’altra donna avrebbe dovuto vivere quella stessa umiliazione. Un anno dopo si autodenunciò. Da quella scelta nacque una delle battaglie civili più importanti dell’Italia contemporanea, che portò alla legge 194 del 1978.
Prima ancora di diventare parlamentare, ministra, commissaria europea o una delle figure più riconoscibili del radicalismo italiano, Emma Bonino fu una giovane donna che nel 1974 si trovò davanti a una scelta che lo Stato italiano non le consentiva di compiere legalmente.
Aveva 26 anni quando rimase incinta e decise di interrompere quella gravidanza, ma in Italia l’aborto era ancora un reato.
Non esisteva la legge 194. Non esisteva il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza e per una donna che non voleva o non poteva portare avanti una gravidanza, la possibilità di interromperla significava spesso entrare nel territorio della clandestinità, con tutti i rischi e le umiliazioni che questo comportava.
Bonino si rivolse a una struttura clandestina di Firenze e quell’esperienza avrebbe cambiato per sempre la sua vita.
«Nessuna dovrà più essere umiliata»
Anni dopo, raccontando quell’esperienza, Bonino avrebbe spiegato che proprio dopo quell’aborto maturò in lei una convinzione radicale: nessun’altra donna avrebbe dovuto essere costretta a vivere ciò che aveva vissuto lei.
In un’intervista del 2018 ricordò di essere tornata da quell’esperienza con una sensazione di umiliazione e di aver deciso che quella condizione non avrebbe dovuto ripetersi per altre donne.
È qui che la vicenda personale diventa politica.
Non ancora una battaglia parlamentare, non ancora una legge.
Prima di tutto una domanda: perché una donna che decide di interrompere una gravidanza deve rischiare la propria salute e la propria libertà?
Il CISA e la scelta di uscire dalla clandestinità
Nel 1975 Bonino, insieme ad altre militanti radicali tra cui Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia, partecipò alla nascita del CISA, Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto.
L’obiettivo era portare alla luce ciò che la legge costringeva a rimanere nell’ombra: informare le donne, assisterle e consentire loro di accedere a procedure più sicure, ma i radicali decisero di fare qualcosa di ancora più radicale: non nascondersi.
Invece di comportarsi come clandestini, dichiararono pubblicamente ciò che stavano facendo.
La loro fu una forma di disobbedienza civile: assumersi apertamente la responsabilità di un comportamento che la legge considerava reato per mettere quella stessa legge davanti alle proprie contraddizioni.
L’autodenuncia
Nel 1975 Bonino si presentò alle autorità e si autodenunciò.
Fu arrestata insieme ad Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia nell’ambito della vicenda legata al CISA e alla clinica fiorentina, non era una fuga dalla legge.
Era, esattamente il contrario: un modo per costringere la legge a guardare in faccia ciò che stava accadendo.
Bonino trasformò così un’esperienza privata in un atto pubblico di disobbedienza.
La sua storia finì sui giornali e contribuì a portare il tema dell’aborto al centro del dibattito nazionale e fu una scelta che avrebbe segnato anche la sua carriera politica.
Nel 1976 Bonino entrò infatti in Parlamento con il Partito Radicale, diventando una delle protagoniste della battaglia per i diritti civili.
Dalla clandestinità alla legge 194
La battaglia per l’aborto non fu soltanto quella di Emma Bonino.
Fu il risultato di un movimento molto più ampio, composto da femministe, radicali, associazioni, partiti laici e socialisti e, progressivamente, altre forze politiche, ma la disobbedienza radicale contribuì a rompere il silenzio.
Nel frattempo cresceva nel Paese il confronto sull’aborto e sulla necessità di superare una legislazione che criminalizzava l’interruzione di gravidanza.
Il Parlamento approvò infine la legge 194 il 22 maggio 1978, introducendo la disciplina dell’interruzione volontaria della gravidanza.
Quello che nel 1974 era stato per Bonino un percorso clandestino diventava, quattro anni dopo, una possibilità regolata dalla legge italiana, ma la battaglia non finì.
Il referendum e la difesa della 194
Nel 1981 si tornò a votare sull’aborto.
Furono sottoposti agli elettori due referendum: uno promosso dal Partito Radicale per liberalizzare ulteriormente la normativa e uno per abrogarla, sostenuto dal Movimento per la vita.
Gli italiani respinsero entrambe le proposte, la legge 194 rimase in vigore.
Per Bonino, però, quella stagione aveva già lasciato una convinzione destinata ad accompagnarla per tutta la vita: i diritti conquistati non sono mai definitivamente al sicuro.
La politica nata da una ferita
Raccontare oggi l’aborto di Emma Bonino significa evitare due semplificazioni.
La prima è trasformare quella vicenda in un episodio della sua biografia politica, la seconda è ridurla a uno scontro ideologico sull’aborto, perché prima della politica c’è stata una donna che ha vissuto sulla sua pelle ciò che significava affrontare un’interruzione di gravidanza quando lo Stato la considerava un reato e che da quella esperienza ha scelto di non chiudere la porta alle sue spalle, ma ha cercato di aprirla per le altre.
È questa la parte più potente della sua storia: Bonino non trasformò il proprio aborto in un segreto da nascondere, ma in una ragione per cui altre donne non dovessero più essere costrette alla clandestinità.
La sua battaglia cominciò lì.
Non in un Parlamento, non davanti a un’urna, non dietro una scrivania, ma tornando a casa da Firenze, dopo aver vissuto sulla propria pelle quanto potesse essere umiliante non essere libera di decidere e da quel momento Emma Bonino fece della libertà di scelta una battaglia pubblica.
Una battaglia che avrebbe contribuito a cambiare l’Italia.










