Il collaboratore di giustizia ha deposto nel processo a Firenze contro Salvatore Baiardo. «Pensavamo di far ricadere la responsabilità sulla sinistra». Raccontati anche i contatti con Vittorio Mangano e una presunta minaccia al futuro leader di Forza Italia
Le stragi mafiose del 1992 e del 1993 come «strumento politico» per favorire l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi. È il racconto fatto oggi da Giovanni Brusca, ex boss di Cosa Nostra e oggi collaboratore di giustizia, ascoltato in videocollegamento da una località protetta nell’ambito del processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo.
Baiardo, ex gelataio di Omegna, è imputato per calunnia aggravata nei confronti del giornalista Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cesara Giancarlo Ricca. La deposizione di Brusca si è concentrata, tra gli altri aspetti, sui rapporti tra Cosa Nostra e la politica e sulle vicende legate alla stagione delle stragi.
«Dare la colpa alla sinistra»
Rispondendo alle domande del pm Leopoldo De Gregorio, Brusca ha raccontato le discussioni avute con Leoluca Bagarella nel 1994.
Secondo la sua ricostruzione, all’interno di Cosa Nostra si sarebbe ragionato sulla possibilità di utilizzare gli attentati già compiuti come uno strumento politico, facendo apparire le stragi come riconducibili alla sinistra, con l’obiettivo di creare le condizioni favorevoli alla discesa in campo di Berlusconi.
Un racconto che si inserisce nel complesso capitolo giudiziario e storico dei rapporti tra mafia e politica durante gli anni della transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Berlusconi annunciò ufficialmente la propria «discesa in campo» il 26 gennaio 1994, con la nascita di Forza Italia e la successiva partecipazione alle elezioni politiche del marzo dello stesso anno.
Il ruolo di Vittorio Mangano
Nel corso della testimonianza Brusca ha parlato anche dei tentativi di Cosa Nostra di arrivare a Berlusconi attraverso Vittorio Mangano, figura che aveva lavorato ad Arcore.
Secondo il collaboratore di giustizia, Mangano sarebbe stato incaricato di avvicinare Berlusconi. Brusca ha riferito che, dopo un contatto, sarebbe arrivato un messaggio secondo cui Berlusconi avrebbe ringraziato e manifestato la disponibilità a dare una mano.
Nel racconto dell’ex boss, tuttavia, sarebbe arrivata anche una «minaccia velata»: nel caso in cui non fosse arrivato un sostegno, Cosa Nostra avrebbe potuto realizzare altri attentati per mettere politicamente in difficoltà Berlusconi.
Brusca ha inoltre riferito che la scelta di Mangano sarebbe stata attribuita a Stefano Bontade.
«Non so nulla dei rapporti economici prima del 1993»
Durante l’udienza, Brusca ha anche precisato di non essere a conoscenza di rapporti economici e patrimoniali tra Berlusconi e Cosa Nostra antecedenti al 1993.
Ha invece riferito di avere appreso successivamente, in maniera generica e attraverso conversazioni con altri esponenti mafiosi, dell’esistenza di investimenti riconducibili a Berlusconi e ad altri soggetti.
L’ex boss ha inoltre affermato che le imprese di Berlusconi pagavano il pizzo, senza però indicare specificamente la Standa di Brancaccio.
Le stragi e il passaggio alla Seconda Repubblica
Le dichiarazioni di Brusca si collocano nel quadro delle indagini e dei processi che hanno cercato di ricostruire finalità, mandanti e contesto della strategia stragista mafiosa del 1992-1993.
Dopo gli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Cosa Nostra portò la propria offensiva anche sul continente: tra gli episodi più sanguinosi ci furono le stragi di via dei Georgofili a Firenze, di via Palestro a Milano e gli attentati di Roma.
Il racconto di Brusca aggiunge oggi un nuovo elemento alla ricostruzione da lui fornita dei ragionamenti interni ai vertici mafiosi in quella fase: l’idea che la violenza stragista potesse essere utilizzata anche per modificare gli equilibri politici del Paese e favorire un nuovo interlocutore.
Attesa per la testimonianza di Giuseppe Graviano
Il processo fiorentino proseguirà con altre testimonianze. Il prossimo 20 settembre è prevista la deposizione di Giuseppe Graviano, boss di Cosa Nostra condannato per le stragi del 1992-1993 e per altri gravissimi delitti.
La testimonianza di Brusca, dunque, riapre uno dei capitoli più controversi della storia recente italiana: quello dei rapporti tra Cosa Nostra, terrorismo mafioso e politica negli anni in cui il Paese usciva da Tangentopoli e si preparava a un radicale cambiamento degli equilibri politici.
Un passaggio storico sul quale, a distanza di oltre trent’anni, le aule giudiziarie continuano a cercare risposte.











