Fiorenza Cossentino ha deposto al processo per il femminicidio della figlia, uccisa ad Afragola dall’ex fidanzato Alessio Tucci. In aula anche l’amica che trascorse con Martina le ultime ore prima dell’omicidio
È stata una giornata particolarmente delicata quella vissuta oggi, mercoledì 9 settembre, nell’aula della Corte d’Assise di Napoli, dove è ripreso il processo per il femminicidio di Martina Carbonaro, la 14enne di Afragola uccisa nel maggio 2025 dall’ex fidanzato Alessio Tucci.
A deporre sono state due persone che possono contribuire a ricostruire gli ultimi momenti della vita della ragazzina: la madre Fiorenza Cossentino e l’amica che trascorse con Martina le ultime ore prima che la giovane si allontanasse con Tucci.
La madre di Martina in aula con il braccialetto elettronico
Fiorenza Cossentino è entrata in tribunale indossando il braccialetto elettronico. Nei suoi confronti e nei confronti del marito Marcello Carbonaro è stato disposto dal gip di Napoli Nord il divieto di avvicinamento ai familiari di Alessio Tucci, dopo gli episodi di tensione e le minacce avvenuti durante le precedenti udienze. L’imputato, reo confesso, segue invece il processo in videocollegamento dal carcere.
Prima di entrare in aula, la madre di Martina ha affidato ai cronisti poche parole, ma molto dure: «L’amore è libertà, non è possesso. Io voglio giustizia».
Poi ha ribadito un interrogativo che la famiglia porta avanti dall’inizio del processo: secondo Fiorenza Cossentino, Tucci potrebbe non aver agito completamente da solo. La donna ha ricordato che l’ex fidanzato di Martina partecipò alle ricerche della ragazza insieme al padre, pur sapendo che era già morta.
«L’avevamo affidata a lui – ha detto la madre – anche perché c’è una parentela tra le nostre famiglie, e lui ce l’ha uccisa».
Nel corso della sua deposizione, Cossentino ha inoltre raccontato il comportamento che Tucci avrebbe mantenuto dopo l’omicidio. Secondo quanto riferito dalla donna, il giovane appariva tranquillo anche quando i carabinieri si presentarono per acquisire gli effetti personali di Martina, arrivando persino a preparare il caffè ai militari.
L’amica: «Martina non lo amava più»
In aula è stata ascoltata anche l’amica che era con Martina poco prima dell’incontro con Tucci.
La sua testimonianza si è concentrata soprattutto sul rapporto tra la 14enne e l’ex fidanzato. Secondo il racconto della ragazza, Martina aveva deciso di chiudere quella relazione perché non provava più amore per Alessio.
«Non lo amava più», avrebbe spiegato l’amica, aggiungendo che Martina si arrabbiava perché Tucci insisteva per riallacciare il rapporto.
Quel pomeriggio, le due ragazze erano insieme. Quando Martina e Alessio si sono incontrati, hanno parlato tra loro. L’amica ha raccontato di non essere intervenuta perché, in quel momento, si trattava di una questione privata tra i due.
Dopo la fine della relazione con Tucci, Martina aveva inoltre iniziato a parlare con un ragazzo conosciuto attraverso un’applicazione. Un rapporto, ha chiarito l’amica, che non era mai diventato un incontro e che non aveva determinato la fine della relazione con Alessio: Martina aveva scelto di lasciarlo semplicemente perché non lo amava più.
L’ultima parte di un pomeriggio diventato tragedia
Dopo quelle ultime ore trascorse con l’amica, Martina si allontanò con Tucci e raggiunse l’edificio abbandonato adiacente allo stadio Moccia di Afragola.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, proprio lì si consumò il femminicidio. Martina venne aggredita e colpita ripetutamente con una pietra. Il suo corpo fu successivamente nascosto all’interno della struttura.
Le precedenti udienze hanno già ricostruito attraverso le testimonianze degli esperti la dinamica dell’aggressione e le lesioni riportate dalla ragazza. A luglio, in aula erano state mostrate anche le immagini del corpo di Martina: una visione che aveva provocato un malore alla madre.
Il processo dovrà ora continuare a ricostruire ogni passaggio di quella giornata, dalla relazione tra Martina e Tucci agli ultimi momenti trascorsi dalla ragazza prima di entrare in quell’edificio.
Una ricostruzione giudiziaria che, per la famiglia, significa soprattutto cercare risposte sulla morte di una ragazzina di appena 14 anni e sulle eventuali responsabilità che devono ancora essere chiarite.











