L’8 settembre 1943, alle 19:42, attraverso la radio, gli italiani ascoltarono la voce del maresciallo Pietro Badoglio annunciare l’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile con gli Alleati.
«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria…»
Poche parole destinate a cambiare il destino del Paese.
L’Italia usciva ufficialmente dalla guerra contro gli Alleati, ma quella che avrebbe dovuto essere la fine della guerra si trasformò immediatamente nell’inizio di un’altra tragedia: l’esercito italiano rimase senza ordini chiari, i tedeschi passarono rapidamente all’azione e il Paese precipitò nel caos.
L’Italia si ritrovò sola
L’armistizio era stato firmato a Cassibile il 3 settembre, mantenuto segreto e annunciato soltanto l’8 settembre.
Il problema era che, mentre il governo italiano cercava di mantenere il segreto, la Germania aveva già predisposto il piano per assumere il controllo della penisola.
Quando l’annuncio arrivò, migliaia di soldati italiani si trovarono senza direttive operative.
Il 9 settembre il re Vittorio Emanuele III, Badoglio e parte delle istituzioni lasciarono Roma e raggiunsero Brindisi.
Per molti italiani quel giorno sarebbe rimasto nella memoria come il giorno dello smarrimento, della fuga, dell’abbandono.
Ma a Napoli qualcosa stava per cambiare.
Napoli dopo l’8 settembre
La città aveva già pagato un prezzo altissimo alla guerra.
Aveva subito oltre cento bombardamenti e le incursioni aeree avevano devastato interi quartieri e infrastrutture. Quando arrivò l’armistizio, Napoli era stremata.
I tedeschi cominciarono a disarmare i militari italiani e ad assumere il controllo della città.
La situazione precipitò, ma proprio nel momento in cui lo Stato sembrava dissolversi, cominciò a emergere una risposta dal basso.
Piccoli episodi di resistenza si verificarono già nei giorni immediatamente successivi all’armistizio, mentre i tedeschi consolidavano il controllo della città.
Poi arrivarono le rappresaglie, le requisizioni, le violenze, le deportazioni e la distruzione.
E Napoli cominciò a capire che non sarebbe rimasta a guardare.
Quattro giorni che cambiarono la storia
Tra il 27 e il 30 settembre 1943, Napoli insorse.
Operai, studenti, militari, commercianti, donne, ragazzi, persone comuni.
Le strade si trasformarono in barricate. I napoletani affrontarono le truppe tedesche in diversi punti della città, impedendo loro di portare a termine parte delle operazioni di distruzione e di saccheggio.
Le Quattro Giornate di Napoli furono una rivolta popolare che costrinse il presidio tedesco a ritirarsi. Quando gli Alleati entrarono in città il 1° ottobre, trovarono Napoli già liberata.
È questo il filo che lega l’8 settembre alle Quattro Giornate.
Prima il vuoto, poi la paura e la scelta.
Una città che decise di non arrendersi
L’8 settembre 1943 l’Italia scoprì quanto fosse fragile uno Stato quando vengono meno ordini, istituzioni e certezze.
Napoli, invece, nelle settimane successive avrebbe scritto una pagina diversa, non perché non avesse paura, a un certo punto, la paura lasciò spazio alla ribellione.
Le Quattro Giornate rappresentano infatti uno degli episodi più significativi della Resistenza italiana e uno dei primi grandi esempi di insurrezione popolare contro l’occupazione nazista.
Ed è proprio per questo che l’8 settembre non dovrebbe essere ricordato soltanto come il giorno dell’armistizio.
Per Napoli fu anche l’inizio di un conto alla rovescia.
Diciannove giorni dopo quell’annuncio alla radio, una città stremata avrebbe imbracciato le armi e combattuto per la propria libertà.
L’8 settembre l’Italia si fermò.
A Napoli, invece, cominciò qualcosa.
Cominciò la storia di una città che, poche settimane dopo, avrebbe detto ai tedeschi una cosa semplice e terribile: da qui non passerete.











