Las Vegas, 7 settembre 1996. Tupac Shakur ha 25 anni, è all’apice della sua carriera e sembra avere ancora tutto davanti. Dopo aver assistito al match di Mike Tyson, sale su una BMW insieme a Suge Knight. Poche ore dopo una Cadillac bianca affianca l’auto. Partono gli spari. Tupac viene colpito quattro volte. Morirà sei giorni dopo.
La sera del 7 settembre 1996, a Las Vegas, alle 23 circa, una Cadillac bianca affianca la BMW nera sulla quale viaggia Tupac Shakur.
Tupac ha 25 anni è uno dei rapper più famosi del pianeta, uno degli artisti più controversi, più osservati e più esposti della sua generazione.
Quella notte è a Las Vegas per assistere all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon. Con lui c’è Marion “Suge” Knight, fondatore della Death Row Records. Dopo il match, il gruppo si muove verso un locale.
Poi accade qualcosa che trasforma una notte di festa in una delle pagine più oscure della storia dell’hip hop.
Prima gli spari, poi il silenzio
La BMW sulla quale viaggiano Tupac e Knight viene affiancata da una Cadillac bianca.
Uno degli uomini a bordo apre il fuoco, Tupac viene raggiunto da quattro proiettili. Knight viene ferito soltanto superficialmente alla testa da un frammento di proiettile. L’auto prosegue per alcuni isolati prima di fermarsi.
Tupac viene trasportato d’urgenza all’University Medical Center di Las Vegas, le condizioni sono gravissime.
Subisce un intervento chirurgico e perde molto sangue, ma è ancora vivo e per i successivi sei giorni il mondo resterà con il fiato sospeso.
Chi voleva Tupac morto?
Fin dalle prime ore, gli investigatori ipotizzano che l’agguato possa essere collegato alle tensioni tra gang e alla rivalità che attraversava la scena hip hop americana.
Poche ore prima della sparatoria, infatti, Tupac e alcuni membri del suo entourage erano stati coinvolti in una colluttazione all’MGM Grand con Orlando “Baby Lane” Anderson, affiliato ai South Side Compton Crips.
La pista della vendetta diventa quindi centrale, ma per anni nessuno viene incriminato.
Il caso si trasforma in uno dei più famosi cold case degli Stati Uniti e intorno alla morte di Tupac nasce una quantità enorme di teorie, sospetti e racconti mai dimostrati.
Il rapper, nel frattempo, è già diventato qualcosa di più di una star: un simbolo.
Sei giorni sospesi tra la vita e la morte
Dopo quella notte, Tupac non muore immediatamente, resta in ospedale, viene sottoposto a interventi e trascorre gli ultimi giorni della sua vita in condizioni critiche.
La sua famiglia spera, i fan aspettano, i media di tutto il mondo seguono ogni aggiornamento, poi, il 13 settembre 1996, arriva la notizia che nessuno voleva sentire: Tupac Shakur muore a 25 anni.
Il rapper che aveva trasformato rabbia, povertà, razzismo, violenza e contraddizioni dell’America in musica non c’è più.
È morto a soli sei giorni dall’agguato, ma la sua musica non morirà con lui.
Da artista a leggenda
La morte interrompe una carriera che sembrava appena entrata nella sua fase più importante.
Tupac aveva saputo essere contemporaneamente duro e vulnerabile, aveva raccontato la strada, ma anche la fragilità, aveva parlato di violenza e di ingiustizia, di razzismo e di povertà, di rabbia e di amore.
Il Rock & Roll Hall of Fame lo descrive come un artista capace di affrontare temi come la brutalità della polizia, il razzismo sistemico e la realtà dei quartieri poveri americani, mescolando rabbia e vulnerabilità.
Nel 2017 è stato inserito nella Rock & Roll Hall of Fame.
Il suo catalogo è continuato a crescere anche dopo la morte, grazie alla grande quantità di materiale inedito registrato durante la sua vita.
Trent’anni dopo, la svolta giudiziaria
Per quasi tre decenni, però, alla sua morte è mancato qualcosa: una verità giudiziaria.
Questo è cambiato nel 2026.
Duane “Keffe D” Davis, ex leader dei South Side Compton Crips e zio di Orlando Anderson, è stato processato a Las Vegas con l’accusa di aver orchestrato l’omicidio.
La Procura ha sostenuto che Davis avesse organizzato l’agguato come vendetta dopo la rissa avvenuta quella stessa sera e che avesse procurato l’arma utilizzata nell’attacco. Davis non era accusato di essere l’uomo che materialmente aveva premuto il grilletto.
Il 31 agosto 2026, una giuria del Nevada lo ha riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado con arma letale. È la prima condanna giudiziaria per l’assassinio di Tupac. Davis ha annunciato l’intenzione di ricorrere in appello; la pena sarà determinata successivamente.
Una svolta arrivata quasi trent’anni dopo quella notte, ma con un dettaglio che resta irrisolto: il nome di chi materialmente sparò a Tupac non è stato accertato in via giudiziaria. Gli altri uomini indicati nell’inchiesta sono morti.











