A volte una vita può cambiare in pochi minuti. Non con una punizione, non con una minaccia, non con una porta chiusa. Ma con un gesto semplice: un professore che sceglie di andare oltre il ruolo e provare a incontrare un ragazzo là dove si trova, non dove dovrebbe essere.
È la storia raccontata dal professor Luigi Faraldi, vicepreside dell’istituto comprensivo Galileo Galilei di Taranto, impegnato ogni giorno nel contrasto alla dispersione scolastica e al disagio minorile nella Città Vecchia.
Una storia che parte da una frase che pesa come una condanna:
“Non mi serve la licenza media per spacciare”.
A pronunciarla è un ragazzo di terza media, a pochi giorni dall’esame finale. Un adolescente con una disabilità lieve, inserito in un contesto familiare fragile, che aveva già deciso di non presentarsi a scuola.
Una scelta apparentemente definitiva.
Quando la scuola rischia di perdere un ragazzo
Dietro quella frase non c’è soltanto un rifiuto della scuola.
C’è un’idea pericolosa del futuro: quella di chi non vede più nell’istruzione uno strumento di emancipazione, ma considera la strada criminale come un’alternativa concreta, forse più immediata, forse più vicina alla realtà che conosce.
Il professor Faraldi racconta che le strategie tradizionali non sembravano funzionare.
Nemmeno l’ipotesi di coinvolgere le forze dell’ordine riusciva a cambiare la posizione del ragazzo.
Perché, come spiega il docente, “l’ultimatum funziona solo con chi ha qualcosa da perdere”.
E quel ragazzo sembrava aver già perso la fiducia nella possibilità di un percorso diverso.
La scelta di non arrendersi
A quel punto il professore decide di cambiare approccio.
Niente rimproveri.
Niente distanza.
Niente semplici richiami disciplinari.
Va a casa del ragazzo e prova a costruire un contatto attraverso qualcosa di inatteso: un giro in moto.
Un gesto fuori dagli schemi, lontano dalla logica della scuola, ma vicino al linguaggio di un adolescente che aveva bisogno prima di tutto di sentirsi visto.
“Quel giro in moto ha fatto in venti minuti quello che due note disciplinari non avevano fatto in due settimane”, ha raccontato Faraldi.
Una frase che racchiude il senso di una battaglia quotidiana: prima ancora di recuperare uno studente, bisogna recuperare una relazione.
Dal rifiuto agli esami: il patto che cambia tutto
Dopo quel momento nasce un patto.
Il ragazzo torna a frequentare.
Riprende il percorso verso l’esame di terza media.
Ricostruisce un rapporto con la scuola.
Non significa che tutti i problemi siano improvvisamente scomparsi. Le fragilità restano, così come le difficoltà del contesto familiare e sociale, ma qualcosa è cambiato, perché quel ragazzo ha scoperto che qualcuno era disposto a credere in lui anche quando lui stesso aveva smesso di farlo.
La dispersione scolastica non è solo un numero
La storia di Taranto arriva mentre i dati nazionali mostrano una riduzione dell’abbandono scolastico negli ultimi anni, ma racconta una realtà che spesso resta nascosta dietro le statistiche.
Ogni punto percentuale rappresenta migliaia di ragazzi.
Ogni numero è una storia.
E molte di queste storie nascono nelle periferie, nei quartieri dove la scuola spesso rappresenta l’ultimo presidio dello Stato e l’unico luogo capace di offrire un’alternativa.
All’istituto Galileo Galilei il contrasto alla dispersione e al disagio minorile viene portato avanti attraverso un lavoro quotidiano coordinato dalla dirigente scolastica Antonietta Iossa, con percorsi di ascolto, accompagnamento e sostegno agli studenti più vulnerabili.
La lezione più importante
Questa storia non racconta soltanto il successo di un professore.
Racconta il valore di una scuola che non si limita a trasmettere nozioni, ma prova a intercettare le fragilità prima che diventino abbandono.
Perché dietro un ragazzo che dice “non mi serve studiare per il mio futuro” spesso non c’è soltanto una scelta sbagliata.
C’è una sconfitta collettiva.
La scommessa della scuola è proprio questa: arrivare prima della strada.
A volte basta un professore disposto a fare qualche chilometro in più.
A volte basta un giro in moto.
A volte basta qualcuno che dica a un ragazzo:
“Io non ti considero perso”.
E quella frase può valere più di qualsiasi lezione.











