Ancora una volta Ponticelli, ancora una volta il rione Conocal, ancora una volta un bambino finisce nelle pagine di cronaca.
Dodici anni, due coltellate all’addome, una lite tra coetanei, secondo la prima ricostruzione dei carabinieri, ancora tutta da verificare. Poi la corsa all’ospedale Villa Betania, la paura, i soccorsi, la fortuna che quelle ferite non abbiano avuto conseguenze irreparabili.
Questa volta il dodicenne si è salvato, ma sarebbe un enorme errore valutativo considerare questa vicenda soltanto come una “lite tra ragazzi”.
Nel rione Conocal questi episodi non sono sporadici. Si ripetono, si susseguono, si sommano, si aggravano, fino a sfociare in efferati agguati di camorra.
Si parte con le armi bianche, si finisce al cimitero, relegati in bare sempre più piccole, nei quali vengono adagiati corpi crivellati di colpi di pistola, scaturiti da logiche criminali sempre più ciniche e feroci che vedono protagonisti giovanissimi.
Ragazzi sempre più giovani, sempre più impazienti di marcare la scena criminale da leader, sempre più galvanizzati all’idea di sentirsi parte di quel mondo che rappresenta l’unico stile di vita perseguibile, perché nei rioni come il Conocal, latita lo Stato e, di conseguenza, inevitabilmente scarseggiano anche modelli educativi alternativi.
Solo pochi mesi fa, nel febbraio scorso, quello stesso quartiere fu sconvolto dall’omicidio di Ylenia Musella, la 22enne uccisa all’interno della sua abitazione dal fratello. Una tragedia familiare che riportò il Conocal al centro dell’attenzione nazionale. Un quadro familiare problematico, fortemente condizionato dalla presenza di genitori legati agli ambienti camorristici. Giuseppe Musella, il fratello di Ylenia, divenne il suo tutore legale, quando la ragazza era ancora minorenne ed entrambi i genitori finirono in carcere. Due ragazzi cresciuti in una condizione di forte precarietà educativa e sociale, senza ricevere un supporto adeguato e in grado di colmare fragilità e problematiche. Due ragazzi cresciuti da soli, in un rione segnato dal degrado e dalla forte incidenza della criminalità organizzata, abbandonati al loro destino, come spesso accade a molti altri “figli di”, costretti a fronteggiare le stesse criticità, abituandosi a crescere nella convinzione che quella sia la normalità. Una tragedia silenziosa, ma diffusa, che nel caso dei fratelli Musella ha trovato il suo tristissimo momento di gloria nel tragico epilogo in cui sono sfociate le tensioni tra i due.
Nei giorni successivi al fratricidio di Ylenia Musella, nel rione Conocal si riunì il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. Arrivarono sopralluoghi istituzionali, dichiarazioni, promesse e l’annuncio di un piano di rilancio sociale e di riqualificazione del quartiere che sarebbe stato presentato e attuato entro 30 giorni. Si parlò di presidio dello Stato, di interventi per restituire dignità a un rione troppo spesso raccontato soltanto attraverso la violenza, la criminalità e il degrado.
Era stato assicurato che il Conocal non sarebbe più stato lasciato solo.
Oggi, a distanza di pochi mesi, quel quartiere torna ancora una volta sulle pagine dei giornali perché un ragazzino di dodici anni viene accoltellato.
Che fine hanno fatto quegli impegni?
Il Conocal non è soltanto un agglomerato di palazzi popolari, ma uno dei luoghi simbolo delle contraddizioni di Napoli Est. Un rione nato per dare una casa a centinaia di famiglie e che negli anni è diventato terreno di conquista della criminalità organizzata, segnato da povertà educativa, dispersione scolastica, disoccupazione e assenza di opportunità alternative alla delinquenza, sopratutto per i giovani.
Le forze dell’ordine continuano a svolgere un lavoro enorme, spesso in condizioni difficili. Le operazioni antidroga si susseguono, gli arresti non mancano, i controlli sono costanti. Anche ieri sera, durante il sopralluogo per l’accoltellamento del dodicenne, i carabinieri hanno arrestato un uomo trovato in possesso di droga.
Al cospetto di uno scenario tanto compromesso e complesso, risulta evidente che il problema non può essere affrontato esclusivamente sul piano repressivo.
Negli ultimi anni il Conocal è stato teatro di numerosi episodi che hanno coinvolto giovanissimi: minori trovati con coltelli, ragazzi coinvolti nello spaccio, aggressioni, risse, episodi di violenza sempre più precoce e svariati agguati di matrice camorristica. Segnali diversi che raccontano la stessa emergenza: l’abbassamento dell’età in cui la violenza entra nella quotidianità.
Quando un dodicenne finisce in ospedale per due coltellate, non siamo davanti a una bravata, ma dinanzi al fallimento di un sistema che continua ad arrivare quando il sangue è già stato versato.
Le famiglie oneste del Conocal sono la maggioranza: madri e padri che ogni mattina accompagnano i figli a scuola con la speranza che abbiano un futuro diverso, ma anche educatori, insegnanti, parroci, associazioni e volontari che da anni provano a costruire alternative concrete.
Non possono essere lasciati soli.
Nessun progetto di riqualificazione può limitarsi a una conferenza stampa, proclami e demagogia, nessun piano di sicurezza può esaurirsi in una riunione istituzionale, nessun quartiere cambia davvero se l’attenzione dello Stato si accende soltanto quando arriva l’ennesima sirena.
Il rischio più grande è proprio questo: trasformare l’eccezione in normalità, abituandosi all’idea che un bambino accoltellato faccia parte del paesaggio urbano.
La ferita più profonda è proprio questa, non quella inferta da un coltello, che i medici potranno curare, ma quella che scaturisce dall’idea stessa di infanzia, quando crescere significa imparare troppo presto che la violenza può diventare un linguaggio quotidiano.
Il Conocal non ha bisogno di finire al centro dell’attenzione mediatica solo quando accade qualcosa di grave, necessita che le promesse fatte dopo ogni tragedia si trasformino, finalmente, in azioni e interventi, quotidiani, continuativi e concreti.










