Aveva 96 anni. Fondatore della comunità Exodus, ha dedicato oltre mezzo secolo ai giovani fragili, alle persone emarginate e a chi cercava una seconda possibilità. Milano lo saluta nella basilica simbolo della città
Milano si ferma per l’ultimo saluto a don Antonio Mazzi, il sacerdote che ha trasformato la parola accoglienza in una scelta di vita. Oggi, lunedì 3 agosto, nella Basilica di Sant’Ambrogio, vengono celebrati i funerali del fondatore della comunità Exodus, morto a 96 anni. La cerimonia è prevista alle ore 15, con la città che ha proclamato il lutto cittadino.
Una chiesa piena di volti, storie e testimonianze: giovani passati dalle sue comunità, educatori, volontari, istituzioni e persone comuni che nel corso degli anni hanno incontrato quel sacerdote capace di parlare un linguaggio diretto, spesso controcorrente, sempre vicino agli ultimi.
Chi era don Antonio Mazzi
Antonio Mazzi nasce a Verona nel 1929. Dopo gli studi nel seminario vescovile veronese, approfondisce la formazione teologica e consegue una laurea in Filosofia all’Università di Ferrara. Viene ordinato sacerdote il 26 marzo 1956 nella congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, fondata da san Giovanni Calabria.
La sua vita sacerdotale prende presto una direzione precisa: stare accanto alle persone più fragili. Non un prete chiuso nelle sacrestie, ma un sacerdote nelle periferie sociali, nei luoghi dove il disagio giovanile, la dipendenza e l’emarginazione lasciavano ferite profonde.
Negli anni Sessanta e Settanta si occupa di educazione e formazione dei giovani, lavorando in diverse realtà italiane. Studia psicologia e pedagogia, convinto che per aiutare una persona non bastino le risposte teoriche, ma servano ascolto, relazione e presenza concreta.
La nascita di Exodus: la scommessa sui ragazzi difficili
La sua opera più conosciuta nasce alla fine degli anni Settanta, quando Milano vive il dramma della tossicodipendenza.
Nel 1980 fonda la Comunità Exodus, inizialmente nella Cascina Molino Torrette al Parco Lambro, con l’obiettivo di offrire un percorso di recupero e reinserimento sociale ai giovani con problemi di dipendenza.
Per don Mazzi quei ragazzi non erano “persi”, ma persone da recuperare. La sua idea era semplice e rivoluzionaria: prima della dipendenza c’è una persona, una storia, una ferita.
“Non giudicare, ma accompagnare” è stato il principio che ha guidato decenni di lavoro educativo.
Il prete che parlava anche fuori dalla Chiesa
Don Mazzi è diventato negli anni una figura conosciuta anche dal grande pubblico grazie alla televisione, alla radio e ai suoi numerosi interventi sui temi sociali: giovani, famiglia, educazione, disagio, solitudine.
Ha collaborato con diverse testate giornalistiche ed è stato spesso ospite di programmi televisivi, portando il punto di vista di un sacerdote abituato a confrontarsi con la realtà quotidiana più difficile.
Il suo stile era riconoscibile: parole semplici, spesso dure, ma sempre accompagnate dall’idea che nessuno debba essere definito soltanto dai propri errori.
Una vita accanto agli ultimi
Nel corso degli anni don Mazzi ha incontrato migliaia di persone: giovani tossicodipendenti, famiglie in difficoltà, ragazzi ai margini, persone che avevano perso fiducia nel futuro.
Per molti è stato un punto di riferimento, una figura capace di unire fede e concretezza. Nel 2019, in occasione dei suoi 90 anni, nella Basilica di Sant’Ambrogio era stata celebrata una messa alla presenza dell’arcivescovo Mario Delpini, con il riconoscimento del suo lungo impegno sociale.
L’eredità di don Mazzi
La morte di don Antonio Mazzi lascia un vuoto nel mondo del volontariato e dell’educazione, ma anche un’eredità fatta di luoghi, progetti e soprattutto persone.
La sua rivoluzione non è stata inventare parole nuove, ma restituire valore a quelle dimenticate: ascolto, responsabilità, speranza.
Ha passato la vita a cercare chi era rimasto indietro. A chi gli chiedeva quale fosse il senso del suo impegno, rispondeva con lo stile che lo ha accompagnato per tutta la vita: non lasciare mai solo chi sta cadendo.
E oggi, nella Basilica di Sant’Ambrogio, Milano saluta un uomo che ha scelto di stare dalla parte di chi aveva più bisogno di essere visto.










