Il 27 luglio 1992, appena otto giorni dopo la strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, Cosa Nostra tornò a colpire lo Stato. A Catania venne assassinato Giovanni Lizzio, ispettore capo della Polizia di Stato e responsabile della sezione anti-racket della Squadra Mobile, da anni impegnato nella lotta alle estorsioni e ai clan mafiosi della città.
L’agguato al semaforo
Quella sera Lizzio aveva appena lasciato gli uffici della Questura e stava rientrando a casa. Alla guida della sua Alfa Romeo si fermò al semaforo tra via Leucatia e via Pietro Novelli, nel quartiere Canalicchio. Fu in quel momento che due killer in moto lo affiancarono. Il passeggero estrasse una pistola calibro .38 e fece fuoco più volte attraverso il finestrino dell’auto, colpendolo alla testa e al torace. Trasportato d’urgenza all’ospedale Cannizzaro, morì poco dopo a causa delle gravissime ferite. Aveva 45 anni, era sposato e padre di due figlie.
Un investigatore simbolo della lotta al pizzo
Giovanni Lizzio era considerato uno dei poliziotti più esperti nella conoscenza delle dinamiche mafiose catanesi. Dopo aver lavorato nella sezione Omicidi e nel Nucleo Anticrimine, aveva assunto la guida della sezione anti-racket della Squadra Mobile, in anni in cui il fenomeno delle estorsioni soffocava gran parte delle attività economiche della città.
Grazie alle sue indagini e ai rapporti costruiti con diversi collaboratori di giustizia, era diventato un punto di riferimento nella lotta contro il clan Santapaola e contro il sistema del pizzo, che rappresentava una delle principali fonti di finanziamento della criminalità organizzata etnea.
Il delitto nella stagione delle stragi
L’omicidio maturò nel clima di massima tensione seguito alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Secondo le successive ricostruzioni giudiziarie, l’assassinio di Lizzio non fu soltanto una vendetta per la sua intensa attività investigativa, ma rientrò nella strategia dei Corleonesi guidati da Totò Riina di estendere anche a Catania l’offensiva contro lo Stato.
Il delitto venne eseguito proprio mentre, in città, era in corso una riunione dei prefetti della Sicilia orientale per organizzare l’impiego dell’Esercito nell’operazione “Vespri Siciliani”, decisa dopo le stragi mafiose dell’estate 1992.
Le indagini e le condanne
Le indagini subirono una svolta grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. I processi portarono alla condanna come mandanti dei vertici del clan Santapaola, tra cui Benedetto “Nitto” Santapaola, riconosciuto responsabile dell’omicidio insieme ad altri esponenti di Cosa Nostra catanese. Furono inoltre individuati e condannati anche gli esecutori materiali dell’agguato.
Un esempio che continua a vivere
A oltre trent’anni dalla sua uccisione, Giovanni Lizzio resta uno dei simboli della lotta alla mafia in Sicilia. Ogni 27 luglio istituzioni, forze dell’ordine e associazioni ne ricordano il coraggio e il senso del dovere, riaffermando il valore di chi ha scelto di servire lo Stato fino all’estremo sacrificio.
Il suo nome si aggiunge a quello di magistrati, poliziotti, carabinieri e cittadini innocenti che hanno pagato con la vita la scelta di opporsi al potere mafioso, contribuendo a scrivere una delle pagine più dolorose, ma anche più significative, della storia della Repubblica italiana.











