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Morte della giovane paziente, gli Ordini dei Medici della Campania: «Basta processi mediatici»

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
10 Luglio, 2026
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Morte di Francesca Tucci, flash mob davanti al Cardarelli. L’ospedale: «No ai processi sui social»
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«Il dolore di una famiglia merita rispetto, silenzio, verità e giustizia. Non merita di diventare materiale da talk show, da titoli urlati o da campagne social». È un appello forte quello lanciato dagli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Campania, intervenuti con una nota ufficiale sulla vicenda della giovane paziente deceduta nei giorni scorsi, caso che ha suscitato un intenso dibattito pubblico e mediatico.

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Nel documento, i presidenti degli Ordini esprimono innanzitutto «profondo cordoglio» per la morte della ragazza e «sincera vicinanza alla sua famiglia», ma allo stesso tempo mettono in guardia contro quella che definiscono una pericolosa deriva comunicativa.

«Da giorni – si legge nella nota – assistiamo a una narrazione pubblica che rischia di trasformare una vicenda ancora tutta da accertare in un processo mediatico contro singoli professionisti e, più in generale, contro l’intera professione medica. È una deriva pericolosa, ingiusta e profondamente dannosa per il Paese».

Gli Ordini precisano di non voler difendere nessuno «a prescindere», sottolineando che eventuali responsabilità devono essere accertate nelle sedi competenti.

«Chi sbaglia, quando l’errore viene accertato nelle sedi competenti, deve risponderne. Ma in uno Stato di diritto le responsabilità si stabiliscono attraverso indagini, perizie, contraddittorio e sentenze, non attraverso la pressione dell’opinione pubblica, la semplificazione televisiva o la gogna digitale».

Nel mirino anche il clima di crescente sfiducia nei confronti del personale sanitario, alimentato – secondo gli Ordini – da una narrazione che rischia di individuare nel medico il capro espiatorio delle criticità del Servizio sanitario nazionale.

«Il medico non può diventare il capro espiatorio di un sistema sanitario che da anni viene lasciato solo, sottofinanziato, sovraccaricato e poi esposto alla ricerca del colpevole quando qualcosa accade. È troppo facile chiedere ai medici di essere sempre presenti, sempre disponibili, sempre infallibili, e poi lasciarli soli davanti alla complessità clinica, alla carenza di personale, alle liste d’attesa, alla pressione burocratica, alla medicina difensiva e alla violenza mediatica».

Il documento richiama anche le responsabilità della politica, delle istituzioni e dell’informazione, invitando a non alimentare «sfiducia, sospetto e ostilità» verso chi opera quotidianamente negli ospedali, nei pronto soccorso, negli ambulatori e sul territorio.

Secondo gli Ordini, la tragedia dovrebbe rappresentare un’occasione per una riflessione più ampia sul rapporto tra cittadini, sanità, informazione e giustizia.

«Un Paese che delegittima i propri medici prima ancora che i fatti siano accertati è un Paese che indebolisce la propria sanità pubblica».

I rappresentanti della categoria ribadiscono inoltre la piena fiducia nella magistratura e negli organi tecnici incaricati di fare luce sulla vicenda, chiedendo però che, fino all’accertamento dei fatti, siano garantiti «la presunzione di innocenza, la dignità dei professionisti coinvolti, la riservatezza dei pazienti e il valore sociale della professione medica».

Infine, l’appello rivolto al mondo politico è quello di adottare misure concrete per contrastare la spettacolarizzazione giudiziaria dei casi sanitari e ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e sistema sanitario.

«La verità va cercata. Le responsabilità vanno accertate. Il dolore va rispettato. Ma la giustizia non può essere sostituita dal clamore mediatico. Per questo gli Ordini dei Medici dicono con forza: basta processi sommari, basta caccia al medico, basta usare le tragedie per alimentare sfiducia verso la sanità».

Una presa di posizione netta che riporta al centro del dibattito il delicato equilibrio tra il diritto dei cittadini a conoscere i fatti, la tutela delle persone coinvolte nelle inchieste e la necessità di preservare la credibilità del Servizio sanitario nazionale, evitando che vicende ancora al vaglio degli investigatori si trasformino in processi celebrati nell’arena mediatica.

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