Il 9 maggio 1978 l’Italia si svegliò sconvolta da una delle pagine più drammatiche della sua storia recente. A Roma veniva ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Nello stesso giorno, quasi nel silenzio generale, a Cinisi, piccolo centro della provincia di Palermo, veniva trovato dilaniato sui binari della ferrovia il corpo di Peppino Impastato, giornalista, militante politico e voce scomoda che da anni denunciava pubblicamente i boss di Cosa Nostra.
Aveva soltanto trent’anni. La mafia cercò non solo di ucciderlo, ma anche di cancellarne la memoria, facendolo passare per terrorista suicida. Ma la verità, grazie alla battaglia della sua famiglia e dei suoi compagni, emerse negli anni successivi: Peppino Impastato era stato assassinato da Cosa Nostra per le sue denunce contro il potere mafioso.
Oggi il suo nome è diventato simbolo di coraggio civile, libertà di parola e lotta alla criminalità organizzata.
Le origini: nascere in una famiglia mafiosa
Peppino Impastato nacque il 5 gennaio 1948 a Cinisi, in una famiglia profondamente legata agli ambienti mafiosi. Il padre Luigi Impastato aveva rapporti con uomini di Cosa Nostra, mentre lo zio acquisito Cesare Manzella era uno dei boss più potenti della mafia siciliana negli anni Sessanta.
Crescere in quel contesto significava respirare quotidianamente omertà, paura e rispetto assoluto verso i mafiosi del territorio. La mafia, in piccoli centri come Cinisi, non era percepita soltanto come organizzazione criminale, ma come potere sociale, economico e politico capace di controllare ogni aspetto della vita quotidiana.
La morte di Cesare Manzella nel 1963, ucciso con un’autobomba, segnò profondamente Peppino. Da adolescente maturò una scelta radicale: rompere con quel mondo.
Fu una decisione drammatica. La sua ribellione non era soltanto politica, ma personale e familiare. Combattere la mafia significava denunciare anche il sistema di relazioni dentro cui era cresciuto.
La rottura con la famiglia e l’impegno politico
Ancora giovanissimo, Peppino iniziò ad avvicinarsi ai movimenti della sinistra e ai gruppi di attivismo politico. Nel 1965 fondò il giornalino L’Idea Socialista, attraverso cui denunciava i rapporti tra amministratori locali e mafia.
La sua attività provocò tensioni sempre più forti in famiglia. Il padre tentò più volte di fermarlo, temendo le conseguenze delle sue denunce. Ma Peppino non arretrò.
Dopo continui scontri, venne cacciato di casa.
Quella frattura rappresentò uno dei momenti più dolorosi della sua vita. Accanto a lui rimasero però la madre, Felicia Impastato, e il fratello Giovanni, che negli anni successivi avrebbero continuato la sua battaglia per la verità.
Negli anni del Sessantotto, Peppino partecipò attivamente ai movimenti studenteschi e alle lotte sociali. Si occupò delle condizioni dei contadini espropriati per l’ampliamento dell’aeroporto di Punta Raisi, denunciando gli interessi mafiosi dietro quei lavori.
L’aeroporto rappresentava infatti uno snodo strategico per i traffici internazionali di droga controllati da Cosa Nostra.
Musica e Cultura: il laboratorio di ribellione
Nel 1976 Peppino fondò il circolo Musica e Cultura, un’esperienza innovativa per un piccolo paese siciliano dominato dal controllo mafioso.
Il circolo organizzava: cineforum; concerti; spettacoli teatrali; dibattiti politici; incontri culturali.
Per molti giovani di Cinisi diventò il primo vero spazio di libertà e aggregazione.
In quegli anni Peppino comprese che la lotta alla mafia non poteva limitarsi alla repressione criminale, ma doveva essere anche culturale. Bisognava rompere il consenso sociale attorno ai boss, demolire il mito dell’uomo d’onore, togliere prestigio ai mafiosi.
Ed è proprio su questo terreno che nacque la sua intuizione più potente.
Radio Aut e “Onda Pazza”: la satira contro i boss
Nel 1977, con l’esplosione delle radio libere, Peppino fondò Radio Aut.
Fu una rivoluzione.
Attraverso la trasmissione Onda Pazza, utilizzava l’ironia e la satira per colpire direttamente i boss mafiosi e i politici collusi. Per la prima volta, a Cinisi, qualcuno pronunciava pubblicamente nomi e cognomi dei mafiosi.
Il bersaglio principale era Gaetano Badalamenti, il potente capomafia di Cinisi, soprannominato sarcasticamente da Peppino “Tano Seduto”.
Le trasmissioni raccontavano: traffici di droga; speculazioni edilizie; affari illeciti; collusioni politiche; controllo mafioso del territorio.
La forza di Peppino stava nel linguaggio. Ridicolizzare i mafiosi significava distruggere l’aura di paura e rispetto che li proteggeva.
In un territorio dove molti abbassavano lo sguardo al passaggio dei boss, lui li trasformava in caricature.
Ed era qualcosa che Cosa Nostra non poteva tollerare.
Le minacce e la crescente solitudine
Le minacce contro Peppino divennero sempre più pesanti.
Gaetano Badalamenti convocò il padre Luigi Impastato e gli fece capire chiaramente che il figlio doveva smettere.
Luigi cercò perfino protezioni negli Stati Uniti, ma la situazione era ormai fuori controllo.
Nel settembre 1977 il padre di Peppino morì investito da un’auto in circostanze mai del tutto chiarite. Per molti fu un episodio ambiguo.
Dopo quella morte, Peppino rimase ancora più esposto.
Nonostante il pericolo evidente, continuò la sua attività politica e nel 1978 si candidò alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria.
Ma la sua condanna era già stata decisa.
L’assassinio del 9 maggio 1978
Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, Peppino Impastato venne sequestrato e assassinato.
Il suo corpo fu fatto esplodere sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani con una carica di tritolo.
La mafia tentò immediatamente di costruire una falsa versione dei fatti: Peppino venne descritto come terrorista morto mentre preparava un attentato.
Fu uno dei più clamorosi depistaggi della storia italiana.
Le indagini iniziali si concentrarono sugli ambienti della sinistra extraparlamentare invece che sui mafiosi di Cinisi. Vennero ignorati elementi fondamentali, alterata la scena del crimine e trascurate prove decisive.
La coincidenza con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro contribuì inoltre a oscurare mediaticamente l’omicidio di Peppino.
La battaglia della madre Felicia e del fratello Giovanni
A impedire che la verità venisse definitivamente cancellata furono soprattutto Felicia Impastato e il fratello Giovanni.
La madre di Peppino compì una scelta straordinaria per quel tempo e quel contesto: ruppe pubblicamente con la mafia e iniziò una lunga battaglia per ottenere giustizia.
Accanto a lei operarono i compagni di Peppino e il Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato fondato da Umberto Santino e Anna Puglisi.
Per anni raccolsero documenti, testimonianze e prove che dimostravano la matrice mafiosa del delitto.
Fu una lotta lunga e difficilissima contro omertà, depistaggi e silenzi istituzionali.
Le condanne: Badalamenti all’ergastolo
Soltanto molti anni dopo arrivarono le sentenze definitive.
Nel 2001 Vito Palazzolo venne condannato a 30 anni di carcere.
L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.
Gli esecutori materiali del delitto, però, non sono mai stati individuati con certezza.
“I cento passi”: il film che fece conoscere Peppino al grande pubblico
La figura di Peppino Impastato raggiunse una notorietà nazionale grazie al film I cento passi di Marco Tullio Giordana.
Il titolo richiama la distanza tra la casa degli Impastato e quella di Badalamenti: appena cento passi.
Nel film, interpretato da Luigi Lo Cascio, emerge tutta la forza umana e politica di Peppino: la sua ironia, il coraggio, la rabbia, ma anche la solitudine di chi sceglie di ribellarsi in un territorio dominato dalla mafia.
L’opera contribuì a far conoscere alle nuove generazioni una storia che per troppo tempo era rimasta ai margini della memoria collettiva italiana.
L’eredità di Peppino Impastato
Oggi Peppino Impastato è considerato uno dei simboli più importanti della lotta alla mafia.
La sua storia rappresenta qualcosa di unico: un uomo nato dentro una famiglia mafiosa che decise di ribellarsi apertamente, pagando con la vita.
La sua eredità vive nelle associazioni antimafia; nelle scuole; nei movimenti giovanili; nelle radio indipendenti; nelle battaglie per la libertà di informazione.
Peppino aveva capito prima di molti altri che la mafia si combatte anche distruggendo il consenso sociale e culturale che la alimenta.
Per questo usò la parola, l’ironia, la denuncia pubblica e la partecipazione politica.
E ancora oggi il suo messaggio continua a parlare alle nuove generazioni.
Perché, come dimostra la sua storia, rompere il silenzio può essere il primo passo per cambiare davvero le cose.








