Nel lungo e complesso iter giudiziario sull’omicidio di Matilde Sorrentino emergono nuovi dettagli che riguardano il ruolo del collaboratore di giustizia Pietro Izzo, figura chiave dell’accusa nel processo contro il presunto mandante del delitto.
Davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli, è stato ricostruito un passaggio cruciale: Izzo avrebbe interrotto la sua collaborazione con la giustizia dopo aver ricevuto pesanti minacce, salvo poi confermare successivamente la propria versione dei fatti.
Secondo quanto emerso nel processo, il collaboratore sarebbe stato intimidito dopo una serie di videochiamate provenienti dal carcere, riconducibili ad ambienti vicini al clan legato a Valentino Gionta.
Temendo per la sicurezza della propria famiglia, Izzo decise di interrompere la collaborazione con gli inquirenti, creando un momento di forte incertezza nell’impianto accusatorio.
Nel settembre 2025, lo stesso Izzo riferì alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli di aver subito minacce dirette da un altro detenuto, rafforzando il quadro di pressione e intimidazione che avrebbe condizionato le sue scelte.
Nonostante lo stop, Izzo è tornato successivamente sui suoi passi. L’11 dicembre 2025 ha inviato una lettera al procuratore di Napoli Nicola Gratteri, confermando l’attendibilità delle proprie dichiarazioni e ribadendo quanto già riferito agli inquirenti.
Nel corso degli interrogatori, il collaboratore aveva fatto nomi e ricostruito circostanze legate all’omicidio, indicando in Francesco Tamarisco il mandante del delitto.
Il processo d’appello bis riguarda proprio Tamarisco, già condannato all’ergastolo nei primi due gradi di giudizio, sentenze poi annullate dalla Corte di Cassazione con rinvio a una nuova sezione della Corte d’Appello.
Nel corso dell’udienza, il sostituto procuratore generale Stefania Buda ha ribadito la richiesta di condanna all’ergastolo, sottolineando l’importanza e l’utilizzabilità delle dichiarazioni di Izzo, ritenute ancora centrali per sostenere l’accusa.
Secondo quanto riferito dal collaboratore, anche lo stesso Tamarisco sarebbe stato finito nel mirino del clan Gionta, elemento che aggiunge ulteriori complessità alla ricostruzione dei rapporti tra i protagonisti della vicenda.










