Ci sono storie che non chiedono solo di essere raccontate. Chiedono di essere ascoltate.
Questa è la storia di Gianluca Cimminiello, il tatuatore ucciso a 31 anni per una foto con Lavezzi.
Il 2 febbraio 2010, Gianluca viene ucciso nel suo studio di tatuaggi a Casavatore per uno “sgarro” assurdo: una foto pubblicata su Facebook. Un fotomontaggio che lo ritraeva con il calciatore del Napoli Ezequiel Lavezzi. Un’immagine che indispettisce un altro tatuatore che si rivolge al clan. L’omicidio di Gianluca è un’esecuzione mafiosa voluta anche per rafforzare il potere criminale del clan degli scissionisti.
Questa non è solo una storia di camorra.
È la storia di una famiglia che non ha abbassato la testa e ha saputo trasformare il dolore in memoria e impegno.
Questa è la storia di Gianluca Cimminiello e di sua sorella Susy e ci riguarda tutti perché ricordare Gianluca significa scegliere da che parte stare.
Questa è la storia di una bambina che aveva appena sei anni quando, nel marzo del 2011, perse sua madre, Valentina Colella, uccisa dal compagno con due colpi di pistola.
Oggi quella bambina è una giovane donna, forte e determinata. Ha scelto di condividere il suo percorso davanti a studenti universitari, di parlare con lucidità e senza odio, raccontando la sua esperienza per spingere chi ascolta a riflettere, a riconoscere i segnali della violenza, a rompere il muro del silenzio.
Studia Giurisprudenza, con l’obiettivo di comprendere a fondo la legge e trasformarla in uno strumento di tutela, capace di proteggere chi è più fragile.
La sua storia è molto di più di una testimonianza personale perché ci ricorda che il femminicidio non colpisce solo una donna, ma segna per sempre i figli, le famiglie, le comunità.
Questa storia ci riguarda tutti, perché la violenza di genere non è un fatto privato, ma una questione che tocca l’intera società.
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