La Giornata internazionale della donna, celebrata l’8 marzo, non dovrebbe essere soltanto una giornata di mimose e celebrazioni simboliche. È, soprattutto, un momento di riflessione su una realtà che ancora oggi, nel 2026, mostra profonde contraddizioni: mentre in molti Paesi le donne conquistano diritti e spazi di libertà, in altre parti del mondo continuano a rischiare la vita per rivendicare diritti fondamentali.
Il coraggio delle donne iraniane
Uno degli esempi più emblematici arriva dall’Iran, dove da anni le donne sono al centro di un movimento di resistenza civile contro leggi e pratiche discriminatorie. Dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, arrestata dalla cosiddetta “polizia morale”, migliaia di donne sono scese in piazza chiedendo libertà e diritti.
La repressione è stata durissima: organizzazioni per i diritti umani parlano di centinaia di vittime e decine di migliaia di arresti durante le proteste.
Anche oggi le conseguenze sono pesanti. Secondo dati raccolti da organizzazioni indipendenti, nel 2025 almeno 176 donne sono state uccise in casi di femminicidio, molte delle quali vittime di violenze domestiche o di cosiddetti “delitti d’onore”.
Nello stesso periodo 45 donne sono state giustiziate e oltre 130 attiviste arrestate.
La repressione colpisce anche chi prova a protestare simbolicamente. Persino alcune atlete della nazionale femminile di calcio iraniana hanno rischiato ritorsioni dopo gesti interpretati come critiche al regime.
Eppure, nonostante arresti, minacce e controlli sempre più invasivi — come sistemi di sorveglianza e app per denunciare le donne che non indossano il velo — molte continuano a sfidare le restrizioni, rifiutando l’obbligo dell’hijab e rivendicando libertà personali e civili.
Non solo Iran: un problema globale
La situazione iraniana è solo uno dei tanti esempi. In numerosi Paesi del mondo le donne continuano a vivere in condizioni di grave discriminazione o pericolo.
In diverse regioni dell’Asia, dell’Africa e dell’Medio Oriente, matrimoni precoci, violenze domestiche, limitazioni all’istruzione e alla partecipazione politica restano fenomeni diffusi. In alcuni casi le donne rischiano la prigione o la morte per aver denunciato abusi o per aver sfidato norme sociali e religiose imposte.
Anche nei Paesi più avanzati, dove i diritti sono formalmente riconosciuti, la parità non è ancora una realtà pienamente raggiunta. Persistono divari salariali, discriminazioni sul lavoro e violenze di genere, che dimostrano quanto la strada verso l’uguaglianza sia ancora lunga.
L’8 marzo come impegno, non solo celebrazione
Per questo motivo l’8 marzo non può ridursi a una festa. È un richiamo alla responsabilità collettiva.
Ricordare le donne che lottano in Iran, in Afghanistan, in Africa o in America Latina significa riconoscere che i diritti delle donne non sono acquisiti per sempre, ma vanno difesi e ampliati continuamente.
Dietro ogni statistica ci sono storie di coraggio, di ribellione e di speranza. Donne che studiano quando non potrebbero farlo, che lavorano quando viene loro negato, che protestano quando rischiano la libertà o la vita.
Ed è proprio a loro che dovrebbe essere dedicato l’8 marzo: non solo alle conquiste ottenute, ma soprattutto alle battaglie ancora da vincere.











