Napoli non dimentica: sei anni dopo la morte di Ugo Russo, la memoria resta viva.
Ieri sera, sabato 28 febbraio, tante e tanti si sono stretti alla famiglia di Ugo Russo per ricordarlo nel luogo esatto in cui fu ucciso una maledetta notte di sei anni fa. Nel cuore di Napoli, in via Generale Orsini, amici, cittadini e attivisti si sono radunati per ribadire un messaggio semplice e potente: la voce di Ugo non si spegnerà e si continuerà a chiedere verità e giustizia per la sua morte. Era la notte tra il 29 febbraio e il 1° marzo 2020 quando quel ragazzo di 15 anni venne colpito mortalmente da un carabiniere in borghese. L
a dinamica resta al centro di un ampio dibattito: secondo l’accusa, dopo i primi spari che avrebbero ferito il ragazzo alla spalla, il militare ha messo in moto l’auto, lo ha inseguito e gli ha sparato altri colpi, uno dei quali lo ha raggiunto alla testa, provocandone la morte. Da allora, la famiglia ha combattuto una lunga battaglia per non lasciare che la sua storia venisse ridotta al silenzio.
La richiesta di un processo equo e di una risposta chiara da parte della giustizia italiana si è intrecciata con una riflessione più ampia sul valore delle vite dei giovani nei quartieri popolari, troppo spesso etichettate e narrate solo come questioni di “ordine pubblico” o “sicurezza”.
Negli anni, oltre alle manifestazioni di solidarietà, la vicenda è stata accompagnata da momenti di forte tensione: il murale dedicato a Ugo, realizzato ai Quartieri Spagnoli, è stato al centro di un braccio di ferro tra le autorità e la comunità cittadina, simbolo di memoria e di richiesta di verità.
Il processo per l’omicidio del giovane prosegue con estrema lentezza. Dopo un avvio faticoso e numerosi rinvii, che hanno lasciato la famiglia e il comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo in attesa per mesi, è stata fissata una nuova udienza per l’11 marzo: un momento atteso da anni, che la comunità considera fondamentale per dare corpo alla parola “giustizia”.
Ieri, nel luogo dove Ugo ha perso la vita, non si sono raccolte solo lacrime, ma anche determinazione. Perché una società civile non può permettersi di cancellare una vita, e non esistono vite “di scarto”. E quando a parlare sono le persone, i vicoli, i cittadini, nessuna voce può essere azzittita malgrado pressioni, distrazioni o rimozioni.
L’urgenza di un futuro diverso, di opportunità per chi cresce in contesti difficili, risuona forte tra gli applausi e le parole di chi non smette di chiedere risposte.Verità e giustizia non sono uno slogan: sono un impegno collettivo.
La storia di Ugo tocca anche una riflessione più ampia sulle disuguaglianze sociali e sulla narrazione dei giovani dei quartieri popolari: ragazzi che spesso nascono già “giudicati”, la cui vicenda viene raccontata solo quando diventa un “caso di cronaca”, un problema di ordine pubblico o un pretesto per nuove leggi sulla sicurezza. Ma la comunità chiede di più: non soluzioni repressive, ma futuro, opportunità e dignità.
Il 28 febbraio di ogni anno non è solo un anniversario doloroso, ma un richiamo a non dimenticare, a continuare a parlare di Ugo, a tenere viva la memoria e a chiedere che la giustizia faccia il suo corso, senza più ritardi ingiustificati.











