Il 2 marzo 2002 rimane una data drammatica nel panorama degli omicidi eccellenti legati alla criminalità organizzata in Calabria. In quella notte, lungo la strada provinciale che collega Lamezia Terme a Maida, in provincia di Catanzaro, Torquato Ciriaco, noto avvocato civilista e amministrativista di Lamezia Terme, fu assassinato in un agguato mentre rientrava a casa.
Ciriaco, 55 anni, era alla guida del suo fuoristrada Ford quando un commando lo affiancò e gli sparò contro diversi colpi di arma da fuoco, crivellando il veicolo. La vittima riuscì a guidare per qualche metro in stato di choc prima di schiantarsi contro un muro, dove fu raggiunta e finita dai sicari.
La dinamica dell’agguato, con modalità tipiche della ‘ndrangheta, spinse immediatamente gli investigatori ad ipotizzare una matrice mafiosa dietro l’omicidio. Secondo gli accertamenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, coordinati nel corso degli anni, Ciriaco sarebbe stato ucciso perché ostacolava gli interessi di un cartello criminale legato alle cosche Anello di Filadelfia e rivali: avrebbe infatti seguito per conto di un cliente l’acquisto di una cava destinata alla costruzione e forniture edili, attività su cui la cosca avrebbe voluto esercitare il proprio controllo economico.
Le indagini, lunghe e complesse, hanno visto numerosi sviluppi nel corso degli anni. Dopo un primo processo che si concluse con l’assoluzione degli imputati, la corte d’assise d’appello di Catanzaro arrivò a emettere sentenze di condanna per trenta anni di reclusione nei confronti dei fratelli Vincenzino e Giuseppe Fruci e 7 anni e 4 mesi per il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi, ritenuti responsabili dell’agguato.
Tuttavia, queste condanne vennero annullate dalla Corte di Cassazione nel dicembre 2022, che dispose un nuovo processo d’appello. A marzo 2025, l’appello bis si è concluso con l’assoluzione definitiva per non aver commesso il fatto dei fratelli Fruci e di Michienzi, mentre risulta già consolidata l’assoluzione anche del presunto mandante, il boss di Filadelfia Tommaso Anello.
L’esito processuale ha suscitato profonda indignazione nella famiglia di Ciriaco, in particolare nelle sei figlie, che attraverso una nota pubblica hanno espressamente denunciato la frustrazione per una giustizia che, a loro giudizio, continua a non fare piena luce sul delitto: “Adesso diteci chi è stato. Nostro padre non è stato ammazzato da un pazzo qualunque ma da menti criminali che sapevano quello che facevano… Basta con le favole di giustizia”.
A oltre ventitré anni dai fatti, l’omicidio di Torquato Ciriaco resta tra i casi simbolo della difficoltà di ottenere verità e responsabilità in delitti di mafia che hanno colpito professionisti giudicati integerrimi e lontani da contesti criminali. La sua figura di avvocato stimato nella comunità lametina e il profilo della vittima, senza ombre e con una carriera affermata, avevano inizialmente scosso l’opinione pubblica proprio per la brutalità dell’agguato e il presunto – ma mai definitivamente accertato in sede giudiziaria – coinvolgimento della ‘ndrangheta negli interessi economici che avrebbero circondato il suo assassinio.
La vicenda di Ciriaco resta così un monito sulla complessità di fare piena luce sui delitti di mafia nel nostro Paese e sull’importanza di continuare a perseguire la verità, anche quando la giustizia formale sembra non aver ancora un volto definitivo.










