La vicenda di Luca La Penna, morto il 7 gennaio 2025 nel carcere di Secondigliano, probabilmente per non aver ricevuto cure mediche tempestive e adeguate, rappresenta uno dei casi più emblematici delle criticità del sistema sanitario penitenziario. Il 42enne, detenuto dal 2022, è deceduto dopo un progressivo aggravamento delle sue condizioni di salute. L’autopsia disposta dalla Procura ha accertato che La Penna era affetto da una polmonite accelerata, una patologia curabile se affrontata con tempestività. Secondo gli inquirenti, però, le cure sarebbero arrivate tardi e in modo inadeguato: per questo due dottoresse sono state rinviate a giudizio con l’accusa di responsabilità medica.
I familiari avevano denunciato fin da subito gravi negligenze, parlando di richieste di aiuto rimaste inascoltate, descrivendo il 42enne come un detenuto che, nei giorni precedenti al decesso, manifestava segnali evidenti di sofferenza fisica e cognitiva. I soccorsi furono attivati solo all’alba del 7 gennaio: La Penna morì in ambulanza per arresto cardiaco, arrivando in ospedale quando ormai non c’era più nulla da fare.
Sul caso è intervenuto anche Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale, che ha inquadrato la morte di La Penna in un contesto più ampio e strutturale. «Il confine tra malattie indotte dalla mala sanità e suicidi indotti o annunciati per mancanza di cure è sempre labile», ha dichiarato, sottolineando come il sovraffollamento carcerario incida direttamente sulla tutela dei diritti fondamentali. In Italia, ha ricordato, 63.868 persone sono detenute a fronte di circa 45.000 posti reali disponibili: «La Costituzione è ingabbiata nelle celle».
Secondo Ciambriello, «il rischio è che una persona entra in carcere perché ha commesso un reato ed esce dal carcere dopo che ha subito dallo Stato un reato di malagiustizia o mala sanità». Per questo il garante ribadisce che il diritto alla salute e alla dignità non sono negoziabili. Servono più specialisti, attrezzature adeguate, Tac funzionanti e un potenziamento dei nuclei di traduzione per accompagnare i detenuti alle visite esterne: «Tra Poggioreale e Secondigliano – denuncia – ogni settimana una cinquantina di traduzioni per visite specialistiche saltano».
Il caso La Penna, ora al vaglio della magistratura, non è solo una vicenda giudiziaria, ma rappresenta anche un drammatico simbolo delle lacune di un sistema che, secondo garanti e famiglie, continua troppo spesso a negare cure adeguate a chi è affidato alla custodia dello Stato.











