Svolta importante nelle indagini volte a far luce sulle circostanze in cui è avvenuta la morte di Luca La Penna, 42enne legato al clan De Luca Bossa di Ponticelli, deceduto mentre era recluso presso il carcere di Secondigliano, esattamente un anno fa.
L’autopsia disposta dal Pubblico Ministero (dott.ssa Giuliana Giuliano) ha confermato la responsabilità medica del personale operante presso l’istituto penitenziario nel quale il 42enne era recluso. Due dottoresse sono state rinviate a giudizio. L’udienza davanti al GIP (dott.ssa Rosaria Maria Aufieri) è fissata per il prossimo 20 febbraio.
Dall’esame del consulente tecnico del PM sarebbero emerse gravi inadempienze e ritardi nel fornire le tempestive cure di cui La Penna aveva bisogno, evidenziando la responsabilità medica della casa circondariale che lo ospitava ed è pertanto stato disposto il rinvio a giudizio per le due dottoresse.
Arrestato a gennaio del 2022, Luca La Penna è stato tra i protagonisti della rinascita del clan Minichini-De Luca Bossa nel quartiere Ponticelli. Fin dalle ore successive al decesso, i familiari hanno puntato il dito contro il personale medico del carcere di Secondigliano, denunciando gravi negligenze. Una tesi supportata da quanto emerso dagli accertamenti disposti per far luce sul decesso: La Penna era affetto da una polmonite accelerata, una patologia tutt’altro che letale, a patto che venga curata in maniera tempestiva e adeguata. Proprio la mancata assistenza medica e la lentezza con la quale i medici si sono adoperati per fornirgli le cure di cui aveva bisogno, avrebbero condannato a morte La Penna.
All’indomani del decesso, il legale della famiglia La Penna, l’avv. Gallina, ha ricostruito gli ultimi, concitati giorni di vita del 42enne: “Negli ultimi giorni, Luca lamentava dolori particolari, stanchezza e poche capacità cognitive. Non aveva febbre alta. Così come sembra accertata la perdita di coscienza che sarebbe sopraggiunta anche nei giorni precedenti al decesso, anche se la notizia non è ancora ufficiale. Sembra che nel corso degli ultimi controlli da parte del personale medico della struttura carceraria, il detenuto non rispondeva agli stimoli esterni e non era capace di interagire con i suo iinterlocutori. Quindi presentava una limitata capacità cognitiva o addirittura azzerata.”
I soccorsi si sarebbero allertati alle sei della mattina di martedì 7 gennaio e La Penna sarebbe morto in ambulanza per arresto cardiaco; quindi, sarebbe giunto in ospedale quando i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. Pertanto, il detenuto era già moribondo poco prima di lasciare il carcere di Secondigliano.
L’avvocato Gallina precisa di aver sostenuto l’ultimo colloquio in carcere con il suo assistito venti giorni prima, in concomitanza delle festività natalizie e di aver interloquito con un soggetto sano, non affetto da patologie pregresse. “Ci siamo confrontati circa gli ultimi sviluppi processuali. La sua vicenda era quasi prossima alla definizione”, aggiunge il legale che ribadisce il suo stupore nell’aver appreso la notizia.
Il legale della famiglia La Penna ha fin da subito fatto leva sulla necessità di capire se si potesse intervenire prima e in maniera più tempestiva, quanto ci fosse di fondato nelle lamentele di La Penna e degli altri detenuti che ugualmente pare si erano attivati per fare in modo che gli venissero fornite le cure mediche di cui necessitava, oltre che sulle modalità di intervento del personale medico del carcere di Secondigliano.
Non è da escludere che anticipando il trasferimento in ospedale, il detenuto avrebbe potuto beneficiare di cure utili a salvargli la vita; pertanto, si ritiene necessario chiarire perché gli sia stata negata l’eventuale assistenza sanitaria di cui aveva bisogno e quali cure gli sono state fornite dal personale medico carcerario.
“Non è stata una morte improvvisa, sembrerebbe che a questo arresto cardiaco si è arrivati lentamente, mentre il mio assistito era ospite dello Stato. Sembrerebbe che al mio assistito sia stato negato il diritto alla salute mentre lo Stato intendeva rieducarlo”, dichiarò, un anno fa, l’avvocato Gallina. Dichiarazioni che ritornano ricorrenti, alla luce dei recenti sviluppi.











