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11 gennaio 1996, Giuseppe Di Matteo, il bambino ucciso dalla mafia: una storia che l’Italia non deve dimenticare

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
11 Gennaio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Giuseppe Di Matteo: il coinvolgimento di Matte Messina Denaro nella morte del bambino sciolto nell’acido
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Nel giorno dell’anniversario della sua morte, il nome di Giuseppe Di Matteo torna a interrogare la coscienza del Paese. Aveva appena 14 anni quando la mafia decise di cancellarlo dalla vita, trasformando un bambino in un’arma di ricatto e poi in una vittima di una ferocia senza precedenti.

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Giuseppe era un ragazzo come tanti: nato nel 1981, figlio di Santino Di Matteo, ex mafioso di Altofonte diventato collaboratore di giustizia. Proprio la scelta del padre di rompere con Cosa Nostra e raccontare i segreti dell’organizzazione, in particolare quelli legati alla strage di Capaci, segnò il destino del figlio.

Per la mafia, Giuseppe non era un bambino innocente, ma uno strumento di pressione, una leva per costringere il padre a ritrattare le sue dichiarazioni.

Il 23 novembre 1993, Giuseppe viene rapito con l’inganno: gli dicono che lo stanno portando dal padre. Inizia così una prigionia durata 779 giorni, una delle più lunghe e crudeli della storia criminale italiana.

Il ragazzo viene spostato da un covo all’altro, tenuto in condizioni disumane, spesso incatenato. Le lettere, le fotografie e i messaggi fatti arrivare al padre servono solo a una cosa: ricattarlo. Ma Santino Di Matteo non cede.

L’11 gennaio 1996, quando è ormai chiaro che il ricatto non ha funzionato, Cosa Nostra decide di uccidere Giuseppe. Viene strangolato e il suo corpo viene sciolto nell’acido, per cancellarne perfino l’esistenza fisica.

A ordinare e attuare l’omicidio furono esponenti di primo piano della mafia stragista, tra cui Giovanni Brusca, che anni dopo ammetterà la responsabilità del delitto.

La storia di Giuseppe Di Matteo rappresenta uno dei punti più bassi raggiunti da Cosa Nostra: l’uccisione di un bambino per punire lo Stato attraverso il dolore di un padre. Un crimine che ha segnato profondamente l’Italia e che ancora oggi viene ricordato come simbolo della barbarie mafiosa.

Giuseppe non aveva colpe, non aveva scelto nulla. È diventato vittima solo perché figlio di un uomo che aveva deciso di parlare, di collaborare, di spezzare il silenzio. Ricordare Giuseppe Di Matteo non è un esercizio di memoria rituale. È un atto di responsabilità civile. La sua storia insegna fino a che punto può spingersi il potere criminale quando non incontra argini, e quanto alto possa essere il prezzo della verità.

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