È uno dei passaggi più inquietanti contenuti nelle dichiarazioni rese da Tommaso Schisa, ex elemento di vertice del cartello criminale attivo tra Napoli Est e l’area vesuviana, oggi collaboratore di giustizia. Schisa ai magistrati non ha ricostruito solo alleanze e affari illeciti, omicidi ed agguati: dalle sue dichiarazioni trapelano tanti retroscena che hanno consentito di ricostruire anche quelle realtà che diversamente sarebbero sempre rimaste taciute.
Nella fattispecie, Schisa racconta che nel 2016, nel momento clou dell’ascesa dell’alleanza di cui era protagonista, insieme a sua madre Luisa De Stefano, e fa riferimento a un episodio verificatosi durante un controllo di polizia nel rione De Gasperi di Ponticelli, quartier generale delle “pazzignane”, capeggiate proprio dalla De Stefano. In casa con Tommaso Schisa c’erano Michele Minichini, figlio del boss Ciro e Antonio Rivieccio detto “Cocò”, legato ai Sibillo di Forcella. Pertanto, il rampollo del clan delle “pazzignane” era in compagnia di due elementi di spicco della camorra napoletana. In quel momento storico, Minichini si stava costruendo la fama del killer spietato, a suon di azioni efferate, mentre la presenza di “Cocò” rappresentava una vistosa traccia della trama imbastita dalla mamma-matrona del rione De Gasperi e che vedeva confluire nell’alleanza, oltre alle “pazzignane” e ai Minichini-De Luca Bossa, anche i reduci della celeberrima “Paranza dei bambini” di Forcella. Dal balcone, racconta Schisa, avrebbe visto arrivare una pattuglia del Commissariato di Ponticelli, capeggiata da Vittorio Porcini, il sostituto commissario che per decenni ha operato nel quartiere e che ha chiuso la carriera patteggiando una pena per corruzione.
Alla vista degli agenti, Schisa afferma di aver fatto scappare Minichini e Cocò nell’appartamento della zia, situato al piano superiore. Ma la fuga, sempre secondo il racconto, sarebbe stata notata dagli agenti, che avrebbero raggiunto i due uomini e proceduto al controllo.
È a partire da questo punto che il racconto assume contorni particolarmente delicati: Schisa sostiene di aver pregato Porcini di non segnalare la presenza congiunta di tutti e tre nell’abitazione. La risposta, sempre secondo la testimonianza, sarebbe stata rassicurante: l’annotazione di servizio avrebbe riportato solo il controllo di Minichini e Cocò, effettuato sotto casa, omettendo la circostanza della loro presenza insieme a Schisa.
Un dettaglio che non passa inosservato agli inquirenti è il tono confidenziale con cui Schisa si riferisce al poliziotto, chiamandolo con il nome di battesimo. Su questo punto, il collaboratore tenta una spiegazione: Porcini lo conosce fin da bambino per motivi professionali, avendo in passato arrestato sua madre, suo padre e lui stesso, quest’ultimo per un omicidio commesso quando era minorenne.
Ma il racconto va oltre. In quell’occasione, Schisa riferisce che l’agente gli avrebbe detto che stavano “facendo troppo bordello”, avvertendolo del rischio imminente di arresti e invitandolo ad “andare più piano”.
Di seguito lo stralcio integrale del verbale:
“Nell’anno 2016 sono stato controllato dal Commissariato di Ponticelli, presso l’abitazione di mia madre mentre ero in compagnia di Michele Minichini e Cocò. Li vidi arrivare dal balcone, si trattava di Vittorio Porcini e della sua squadra. Appena li vidi, feci scappare Michele Minichini e Cocò nell’abitazione di mia zia Enza De Stefano, sita al piano superiore. Vittorio li vide scappare e li andò a riprendere a casa di mia zia. Lo pregai di non segnalarci insieme ed egli mi assicurò che avrebbe redatto un’annotazione circa il controllo dei soli Michele Minichini e Coco, ma sotto l’abitazione di mia madre, omettendo la circostanza che eravamo tutti insieme. La S.V. mi fa notare che mi riferisco a Porcini con tono confidenziale appellandolo con il nome di battesimo “Vittorio”. Voglio riferire in proposito che Vittorio mi conosce da sempre per motivi professionali per aver arrestato mia madre e mio padre. Ha arrestato anche me per l’omicidio che ho commesso da minorenne. Nell’occasione di questo controllo a casa di mia madre, Vittorio mi ha detto che stavamo facendo troppo bordello e che rischiavamo di essere arrestati e mi ha esortato ad andare più piano.”
Le dichiarazioni di Schisa, come tutte quelle rese dai collaboratori di giustizia, sono sottoposte a rigorosi riscontri e non costituiscono, da sole, verità processuale. Tuttavia, secondo gli atti, si inseriscono in un quadro investigativo più ampio che mira a ricostruire dinamiche, relazioni e responsabilità all’interno di un sistema criminale che, per anni, ha operato in contesti urbani complessi come Ponticelli.
Se confermato, l’episodio descriverebbe non solo una violazione, ma un corto circuito istituzionale, in cui la criminalità non teme più il controllo dello Stato perché ritiene di poterne prevedere, aggirare o addirittura negoziare gli effetti.
È per questo che retroscena come questo assumono un peso specifico enorme, perché non raccontano solo cosa fa la camorra, ma anche di quanto spazio dispone per agire. E perché.










