Il 6 gennaio 2005 a Casignana, nella Locride, in provincia di Reggio Calabria, fu ucciso Salvatore Favasuli, un giovane di 20 anni, originario di Africo Nuovo, allora noto come parrucchiere e commesso. La sua morte, violenta e simbolica, entrò presto nella storia oscura delle faide di ‘ndrangheta per il movente legato tanto alle dinamiche criminali quanto a una “questione d’onore” che travolse famiglie e comunità.
Quel giorno, nella contrada Palazzi del Comune di Casignana, il corpo di Favasuli venne trovato a circa 50 metri dalla sua auto, il motore ancora in moto e senza alcuna possibilità di fuga. Il giovane era stato colpito da numerosi proiettili d’arma da fuoco, in quello che le prime indagini descrissero come un vero e proprio agguato teso da qualcuno a lui vicino o comunque conosciuto.
Gli inquirenti ricostruirono che il movente poteva essere anche passionale, legato alla relazione sentimentale che Favasuli avrebbe avuto con una donna già legata a un pregiudicato della cosca Giorgi detta dei “Boviciani” di San Luca. Questa relazione venne percepita come un affronto d’onore, in un contesto sociale dove il codice criminale e quello delle relazioni affettive si intrecciavano tragicamente.
Le indagini portarono gli investigatori a identificare come principale sospettato Domenico Giorgi, esponente della cosca di San Luca, ritenuto colui che avrebbe ordinato e materialmente compiuto l’omicidio contro Favasuli. Giorgi fu poi fermato e arrestato vari anni dopo, in torino, mentre cercava di sottrarsi a possibili ritorsioni legate alla faida scoppiata subito dopo il delitto.
La morte di Favasuli non rimase un episodio isolato ma riaccese una violenta faida interna alla ‘ndrangheta di San Luca. La contrapposizione tra i gruppi, che intreccia famiglie come gli Strangio-Nirta con i Pelle-Vottari e Giorgi, sfociò in anni di vendette, omicidi e rappresaglie che segnarono profondamente la Locride e portarono, tra gli altri episodi tragici, alla strage di Duisburg del 2007 in Germania.
Il fratello di Domenico Giorgi, Antonio, fu ucciso in un’agguato nell’ottobre dello stesso anno, in una prima ritorsione diretta per il delitto di Favasuli; altri atti di violenza seguirono nei mesi successivi, alimentando un ciclo di sangue e vendetta radicato negli equilibri criminali locali.
Salvatore Favasuli non era un boss né un bossolo di mafia, ma la sua morte rappresenta una ferita aperta nella storia di una comunità. Ucciso per relazioni affettive e dinamiche criminali, divenne un simbolo di come i codici d’onore e le regole interne alle cosche possano schiacciare vite giovani e potenzialmente innocenti. Questo omicidio, a cavallo tra passione e criminalità organizzata, racconta la brutalità con cui i legami personali venivano interpretati come sfide al potere mafioso.
A quasi vent’anni di distanza, resta il ricordo di un ragazzo di 20 anni strappato alla vita, di una comunità scossa e di una faida sanguinaria che ha avuto ripercussioni ben oltre i confini della Locride. La vicenda di Salvatore Favasulirimane un monito sulla pericolosità dei codici di «onore» criminale, che antepongono la violenza alla libertà individuale e trasformano relazioni umane in pretesti di morte.











