Una delle pagine più atroci e drammatiche della Sicilia del dopoguerra si consumò il 3 gennaio 1949 a Partinico, in provincia di Palermo, quando un gruppo di banditi armati fece irruzione in una abitazione uccidendo Carlo Guarino, il suo figlio di soli 3 anni, Vito, e Francesco Salvatore Gulino, ospite presente al momento dell’aggressione.
La strage avvenne in via Cappellini, dove i membri della banda di Salvatore Giuliano — il famoso bandito che in quegli anni imperversava tra le province di Palermo e Trapani — fecero irruzione con mitra e bombe a mano. Secondo le cronache del tempo, i banditi esplosero raffiche di mitra e lanciarono ordigni esplosivi all’interno dell’abitazione, uccidendo sul colpo Guarino, il piccolo Vito e Gulino. Al termine della sanguinosa azione, i banditi si dileguarono sparando altri colpi e lanciando bombe per spaventare la popolazione accorsa sulla scena.
La gravità della strage e la morte di un bambino così piccolo colpirono profondamente l’opinione pubblica dell’epoca, in un’Italia appena uscita dalla guerra e ancora segnata da forti tensioni sociali, politiche e criminali.
La banda era guidata da Salvatore Giuliano, già noto come il “re di Montelepre”, un bandito che aveva iniziato la sua attività criminale nel secondo dopoguerra e che rappresentava un fenomeno unico di banditismo e violenza armata in Sicilia. La sua organizzazione era responsabile di una lunga serie di omicidi, sparatorie, attacchi e incendi tra cui la strage di Portella della Paglia, avvenuta due anni prima, e numerosi altri episodi di sangue.
La banda operava con un misto di violenza senza scrupoli e mira intimidatoria, mirando non solo alle autorità ma anche a civili ritenuti “infami” o collaboratori dello Stato. Carlo Guarino era considerato un confidente della polizia, motivo che potrebbe aver scatenato la rappresaglia mortale nella sua abitazione.
Tra le vittime, oltre all’adulto Guarino e a Gulino, figura in modo particolarmente tragico il piccolo Vito, di appena 3 anni, la cui morte segnò per sempre la memoria collettiva di quella comunità. Questo episodio è oggi ricordato anche nei registri delle vittime innocenti della criminalità, bambini e civili uccisi in contesti di violenza organizzata, insieme ad altri casi analoghi della storia italiana.
La strage si inserisce in un contesto storico in cui la Sicilia, nel primo dopoguerra, fu teatro di forti conflitti tra forze dell’ordine, banditismo, criminalità e politica. La violenza di Giuliano e dei suoi uomini, pur non riconducibile direttamente a tutte le dinamiche mafiose classiche, contribuì a un clima di terrore e insicurezza che spinse lo Stato a rafforzare le sue operazioni di repressione del banditismo e a costituire il Corpo Forze Repressione Banditismo (CFRB) nel maggio 1949. La mattanza di Partinico non fu un episodio isolato: si colloca in una sequenza di atti di violenza e guerriglia armatache caratterizzarono la Sicilia del dopoguerra, tra agguati, stragi e repressioni. La ferocia dell’attacco contro un bambino di 3 anni rimane ancora oggi uno degli esempi più tragici delle conseguenze della violenza organizzata sulla vita di persone innocenti.
Il ricordo di questa vicenda è mantenuto vivo da associazioni, archivi storici e iniziative di memoria civile, che ogni anno riportano alla luce le storie delle vittime innocenti di quegli anni difficili, affinchè non si perda la memoria di quanto accaduto e si continui a riflettere sulle dinamiche di violenza e criminalità che hanno segnato la storia italiana del Novecento.











