Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto l’archiviazione del procedimento per 18 agenti penitenziari coinvolti nell’inchiesta sulle presunte violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere casertano di Santa Maria Capua Vetere.
Tra questi c’è anche Benito Pacca, l’agente penitenziario che il 25 giugno scorso si tolse la vita nel parcheggio del carcere di Secondigliano, dove prestava servizio. Pacca, prossimo alla pensione, sapeva di essere indagato per quei fatti: secondo quanto riferito dai colleghi, era “turbato” e sperava in un’esito favorevole dell’inchiesta, convinto della propria innocenza.
La vicenda riguarda i fatti avvenuti durante una perquisizione straordinaria al carcere di Santa Maria Capua Vetere, in pieno lockdown da COVID-19: circa trecento agenti, inviati anche da istituti penitenziari di Napoli e Avellino, intervennero contro altrettanti detenuti del reparto “Nilo”. Le accuse riguardavano reati gravissimi: da abuso di autorità a tortura, e per alcuni anche falsi referti medici per giustificare aggressioni dichiarate come autodifese.
Tuttavia, nel secondo filone d’indagine che ha coinvolto gli agenti provenienti da vari istituti, tra cui il carcere di Secondigliano, il Gip ha ritenuto non sufficienti gli elementi per proseguire l’azione penale nei confronti di 18 persone, ordinando l’archiviazione.
Per gli altri 32 indagati è stata fissata un’udienza preliminare per il 29 gennaio 2026.
Il sindacato di categoria USPP – Unione Sindacale Penitenziari, con una nota ufficiale, ha chiesto che si “preservi la memoria” di Pacca, definendolo un operatore dello Stato che ha servito con “dedizione, costanza e professionalità”. Secondo il sindacato, l’archiviazione conferma che le accuse contro Pacca sono cadute, ma al tempo stesso denunciano “processi mediatici sommari” che, a loro avviso, avrebbero minato la dignità del collega negli ultimi mesi di vita.










