La storia di Anna Sodano, giovane madre del Rione De Gasperi di Ponticelli, è una delle pagine più drammatiche e simboliche della lotta tra lo Stato e la camorra. Una storia di coraggio, tradimenti, paura e una violenza che non lascia scampo. Anna fu la prima donna di Napoli Est ad aver manifestato l’intenzione di collaborare con la giustizia, un gesto che il clan Sarno considerò imperdonabile.
Anna gestiva, insieme al compagno Gennaro Busiello, una delle piazze di droga del rione, cuore della potenza criminale dei Sarno. A soli 27 anni, però, la sua vita cambiò direzione: la donna decise di avvicinarsi allo Stato, stanca della violenza e minacciata da un clima familiare divenuto soffocante.
Secondo alcune ricostruzioni, la scelta del pentimento fu accelerata anche da un episodio mai del tutto chiarito: la scomparsa di una partita di droga che Anna avrebbe dovuto smerciare per conto del clan. Una presunta sottrazione che fu interpretata come un tradimento.
Quando la voce del suo pentimento iniziò a circolare, la reazione del compagno fu brutale. Fu lo stesso Gennaro Busiello a ordinare la sua morte, rivolgendosi al boss Ciro Sarno con una frase diventata emblematica della spietatezza di quell’ambiente: “Datele un bacio da parte mia.”
Busiello credeva che, sacrificando la sua compagna, avrebbe salvato sé stesso. Non sapeva che Sarno aveva già deciso di eliminare anche lui: era troppo innamorato di Anna, troppo fragile, troppo imprevedibile. Un rischio che il boss non era disposto a correre.
Nel giorno del processo durante il quale si discuteva della posizione di vari affiliati, tra il pubblico c’era anche Luisa De Stefano, migliore amica di Anna. Fu proprio lei, senza saperlo, a diventare l’ingranaggio fondamentale del piano omicida.
Ciro Sarno intuì la forza del legame tra le due donne e incaricò Luisa di convincere Anna a tornare nel rione, nonostante la giovane fosse sotto protezione dello Stato. Luisa accettò, credendo di aiutarla a ottenere una casa e un sostegno economico lontano da Napoli. Non immaginava che la stesse accompagnando verso una trappola mortale.
Anna viveva in un albergo sicuro, in attesa del trasferimento in una località protetta. Ma la nostalgia dei figli e il desiderio di fidarsi ancora una volta dell’amica la spinsero a rompere le regole. Uscì dall’hotel, lasciò la protezione dello Stato e tornò nel luogo da cui voleva fuggire per sempre.
Da quel momento, svanì nel nulla.
Secondo i collaboratori di giustizia, Anna fu interrogata nel rione da Vincenzo Sarno, che voleva sapere fino a dove si fosse spinta con le rivelazioni agli inquirenti. La donna negò di aver fatto nomi importanti, parlò solo di singoli episodi di spaccio. Ma la sua sorte era già segnata.
Anna fu uccisa in auto, crivellata dai colpi. Il corpo venne consegnato agli “amici di Sant’Antimo”, incaricati di farlo sparire definitivamente. Non è mai stato ritrovato.
Per screditarla anche dopo la morte, il clan iniziò a diffondere voci sulla sua presunta tossicodipendenza e su comportamenti considerati “sconvenienti” per una donna. Un classico metodo della camorra per giustificare la violenza: infangare la vittima per normalizzare il delitto.
Ma vari collaboratori di giustizia hanno smentito gran parte di quelle dicerie. Secondo Ferdinando Adamo, per esempio, quegli attacchi erano frutto dell’invidia di Luisa De Stefano, infastidita dal fatto che Anna guadagnasse più di lei e fosse più stimata dagli affiliati.
Come previsto dal boss, Gennaro Busiello non sopravvisse a lungo alla sua compagna. Due anni dopo, anche lui venne assassinato. Il patto di sangue che pensava di aver onorato non lo salvò: Sarno temeva che potesse ribellarsi o collaborare con la giustizia, e decise di eliminarlo.
La storia di Anna Sodano è quella di una donna che ha provato a spezzare le catene della camorra, ritrovandosi schiacciata da una spirale di violenza, paura e manipolazione. La prima donna di Napoli Est a pensare di passare dalla parte dello Stato è stata anche una delle tante a scomparire nel buio della criminalità organizzata, senza una tomba, senza giustizia, senza nemmeno una verità condivisa sulla sua memoria.
Eppure, il solo fatto che abbia provato a cambiare destino la rende, ancora oggi, un simbolo scomodo e necessario: la prova che, anche nei luoghi più difficili, la ribellione può nascere dal cuore di chi ha imparato a convivere con la paura.











