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Ciro Sarno: dal codice d’onore della camorra alla scelta che ha distrutto il suo impero

Luciana Esposito di Luciana Esposito
20 Novembre, 2025
in Cronaca, In evidenza
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Da “o’ sindaco” ad alunno modello: la prof. del carcere di Spoleto racconta lo studente Ciro Sarno 

L'incontro nel carcere di Spoleto tra il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e il boss di Ponticelli Ciro Sarno

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Nel mondo della camorra, le regole non scritte valgono più di qualsiasi legge: non tradire e non collaborare. È sulle fondamenta di questo codice d’onore, inciso nella mente e nell’anima di ogni affiliato, che si è retto per decenni il clan Sarno, uno dei più potenti della storia criminale di Napoli Est. “Il collaboratore ti fa arrestare, il traditore ti fa uccidere”, la frase che il boss Ciro Sarno ripeteva come un mantra. Eppure, fu proprio Ciro Sarno detto ’o sindaco, a infrangere entrambe le regole, scegliendo di collaborare con la giustizia e decretando la fine del suo stesso impero.

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La metamorfosi dietro le sbarre

La scelta di pentirsi non nacque all’improvviso, né per pura opportunità. Fu il risultato di un percorso lento e inatteso, iniziato quasi per caso tra le mura del carcere. Per occupare il tempo e attratto dal carisma delle insegnanti, Ciro Sarno cominciò a frequentare le lezioni interne, scoprendo un mondo nuovo che fino a quel momento gli era stato estraneo: quello dell’arte.

L’arte, in tutte le sue forme, divenne per lui una rivelazione. Studiò storia dell’arte con un trasporto quasi ossessivo, arrivando prima al diploma di terza media, poi al diploma dell’Istituto Statale d’Arte, fino all’iscrizione alla facoltà di Lettere e Filosofia, indirizzo Beni Storico-Artistici. Divenne uno studente modello, collezionando voti eccellenti, lui che in passato aveva impedito la valorizzazione dei reperti archeologici nascosti sotto il rione Lotto O.

Non ottenne mai la laurea, paradossalmente, perché non riuscì a pagare le ultime rate universitarie. Una contraddizione feroce per un uomo che aveva maneggiato miliardi di lire nei giorni d’oro del suo potere. Eppure, andava fiero della sua media universitaria e della carriera scolastica intrapresa in carcere, tant’è vero che nel corso di uno dei primi dialoghi con la giornalista Luciana Esposito le inviò le foto del diploma e del libretto universitario, sul quale spiccano voti eccellenti.

Non solo il libretto universitario, ma anche il diploma: le prove tangibili di quel cambiamento che ostentava per rendere credibile la metamorfosi da boss ad appassionato di storia dell’arte.

Il boss che scolpiva fontane e scriveva teatro

In carcere, ’o sindaco divenne un punto di riferimento delle attività artistiche. Partecipò alla realizzazione delle fontane di Spoleto e della pista ciclabile Assisi–Spoleto, progetti approvati dalla direzione del carcere e guidati dall’Istituto d’Arte. Vinse premi, uno dei quali ritirato di persona a Perugia. Donate al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi uno scialle tessuto con le sue mani: un gesto simbolico, quasi disarmante.

Lontano dalla ferocia del clan, scriveva spettacoli teatrali, progettava opere artistiche, incoraggiava gli altri detenuti a intraprendere un percorso di riscatto culturale. Il suo carisma, lo stesso che un tempo aveva guidato un esercito criminale, diventò motore di un inatteso movimento culturale all’interno del penitenziario di Spoleto.

Il primo segno pubblico di un cambiamento

Il cambiamento emerse con chiarezza durante un dibattito sulla non violenza a cui partecipò anche Marco Pannella. Un detenuto sosteneva che studiare servisse solo a ottenere benefici e permessi, ma Sarno reagì con durezza: la scuola andava frequentata per crescere, non per convenienza. Un pensiero agli antipodi rispetto alla mentalità camorristica, e soprattutto lontano dal boss che era stato.

Aveva compreso che il suo percorso criminale non era nato solo dalla miseria, ma da un’ignoranza che gli aveva impedito di intravedere alternative. Lo studio gli aveva squarciato gli occhi.

In un’intervista rilasciata prima del pentimento, ’o sindaco sorprese tutti: esortò i giovani a non seguire le orme della camorra, spiegando che sarebbero stati “sfruttati e abbandonati”. Parole che risuonarono come un’eresia negli ambienti criminali napoletani. Suo fratello Giuseppe, Peppe ’o mussillo, gli rimproverò di aver messo in imbarazzo tutta l’organizzazione. Il clan era attonito: il capo stava cambiando pelle.

Non era il primo boss a lasciar emergere il peso dei rimorsi. Anche Raffaele Cutolo, in un’intervista dell’epoca, aveva ammesso: “La colpa non è dei giovani, ma dei vari Cutolo… siamo fetenti”. Ma nel caso dei Sarno, quella crepa stava per trasformarsi in una voragine.

Il clan Sarno, dopo trent’anni di potere assoluto, mostrava già segni di cedimento. Il tradimento di Antonio De Luca Bossa, Tonino ’o sicco, trasformato in rivale sanguinario dopo essere stato accolto tra le fila dei Sarno, aveva aperto nuove faide. Nel frattempo, molti affiliati di peso avevano già scelto di pentirsi, tra cui lo stesso Giuseppe Sarno.

L’impero non era più saldo. Ma fu proprio Ciro Sarno a infliggergli il colpo di grazia.

Nelle sue prime dichiarazioni da collaboratore di giustizia, Ciro Sarno spiegò cosa lo aveva portato a cambiare:

“È una decisione definitiva. Lo stavo meditando da tempo perché voglio cambiare vita. (…) Gli studi e il percorso psicologico mi hanno trasformato. Mi mancano pochi esami alla laurea.”

Ammetteva anche la stanchezza di trent’anni di carcere e il dolore per l’arresto del figlio, un evento che lo aveva colpito profondamente. Temeva che, dal carcere, non potesse più proteggerlo dalla strada.

Poi, la frase che segnò la fine del clan:

“La mia collaborazione determinerà un terremoto. Il sistema Sarno può considerarsi finito.”

Il crollo e la lettura dei nostalgici

In pochi mesi, centinaia di omicidi irrisolti trovarono un nome, un movente, un esecutore. Le dichiarazioni dei fratelli Sarno riscrissero intere pagine della storia criminale di Napoli Est.

Eppure, nei vicoli del Rione De Gasperi, molti continuano a credere che quel pentimento fu un ultimo, estremo atto di potere. Secondo loro, Ciro Sarno non avrebbe tollerato che il suo impero crollasse per mano di altri. Avrebbe preferito demolirlo da solo, scrivendo personalmente il finale della sua parabola criminale.

“Ha sterminato tutti servendosi dello Stato”, dicono ancora oggi gli abitanti del rione.

La fine di un’epoca

La scelta di Ciro Sarno non è solo una pagina giudiziaria: è una frattura storica. Il boss che più di tutti aveva incarnato il potere della camorra a Napoli Est decise di tradire le regole che lui stesso aveva imposto, lasciando crollare un castello che sembrava indistruttibile.

La cultura, lo studio, l’arte e l’isolamento del carcere portarono alla luce un uomo che nessuno aveva mai visto: non più il capo spietato, ma un individuo che riconosceva gli errori della propria vita e desiderava riscriverne la fine.

Una fine che, nel bene o nel male, ha cambiato per sempre la storia della camorra napoletana.

Un percorso di redenzione falsato e mortificato dal recente arresto: mentre era sotto la tutela dello Stato, Ciro Sarno si è adoperato per rifondare il clan insieme ai fratelli Pasquale e Vincenzo e per questo, lo scorso maggio, è finito nuovamente in carcere. Un arresto che getta un fitto velo di dubbi sulla sincerità delle intenzioni che lo hanno spinto a collaborare con la giustizia.

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