Una confessione che apre una gravissima ferita nella storia di Ponticelli e nella memoria archeologica di Napoli: Ciro Sarno, ex boss di Ponticelli e ormai ex collaboratore di giustizia, noto come “’o sindaco”, ha ammesso di aver imposto la costruzione del Rione Lotto O di Ponticelli, nonostante sotto quei terreni giacessero antichi reperti romani di inestimabile valore.
Negli anni successivi al terremoto dell’80, Ponticelli cambiò radicalmente volto: da periferia agricola e operaia si trasformò in un agglomerato di cemento. La costruzione dei nuovi rioni popolari, destinati ai terremotati, diventò un terreno fertile per l’espansione del clan Sarno, che attraverso la gestione delle case popolari otteneva un controllo capillare sul quartiere e sul destino dei suoi abitanti.
Ciro Sarno, figura al vertice dell’organizzazione camorristica che aveva fondato con l’ausilio dei fratelli e di un nutritissimo gruppo di giovani, decideva chi poteva occupare le abitazioni e chi no, guadagnando consenso e potere assoluto. Il caso più emblematico fu proprio quello che riguardò il Lotto O, assegnato alla famiglia De Luca Bossa, in quel momento storico fedelissimi alleati dei Sarno. Durante i lavori furono scoperti reperti archeologici risalenti all’epoca romana, tra cui la villa di Caius Olius Ampliatus e numerosi oggetti di valore storico, oltre ai resti di un abitante della villa. Gli scavi, eseguiti tra il 1985 e il 1987 e successivamente nel 2007, furono interrotti, ma Ciro Sarno impose la ripresa dei lavori, ignorando le indicazioni della Soprintendenza e accelerando la costruzione per appropriarsi delle abitazioni.
Un “segreto di Pulcinella” secondo gli abitanti del quartiere più attempati: tutti sapevano che ‘o sindaco aveva esercitato pressioni politiche e amministrative per garantire la costruzione del rione, a discapito di quel prezioso tesoro artistico-culturale. La zona avrebbe potuto diventare un polo di interesse culturale e turistico al pari di Pompei ed Ercolano, ma oggi resta nascosta sotto strade e edifici moderni e fatiscenti, simbolo del degrado e della sopraffazione criminale.
Nonostante gli studi di archeologi europei e i sopralluoghi nel sottosuolo, l’accesso ai reperti è rimasto limitato e l’opportunità di valorizzare quel patrimonio storico è stata negata. Strade come via dei Mosaici, via dei Bronzi di Riace e via Cleopatra sono oggi l’unico ricordo visibile di quel glorioso passato romano, travolto dalla violenza e dal controllo camorristico di “’o sindaco”.
Fu lo stesso Ciro Sarno a confermare questa circostanza alla giornalista Luciana Esposito, nel corso delle lunghe ed assidue telefonate che hanno avuto luogo tra i due dal 2021 fino a pochi mesi prima dell’arresto, avvenuto lo scorso maggio, nell’ambito di un’operazione condotta dalla Guardia di Finanza e dalla Procura di Firenze che ha fatto scattare le manette non solo per ‘o sindaco, ma anche per altre persone, tra cui il figlio Antonio, il cugino Giuseppe e i fratelli Pasquale e Vincenzo.
Nel corso delle conversazioni telefoniche con la direttrice di “Napolitan”, l’ex boss di Ponticelli ha ironizzato molto su questa circostanza, sottolineando come poi si sia appassionato all’arte durante la detenzione nel carcere di Spoleto, dove un cavillo burocratico gli negò la soddisfazione di laurearsi proprio in storia dell’arte con il massimo dei voti.
Per sua stessa ammissione, ‘o sindaco ha negato al territorio la possibilità di beneficiare dell’indotto economico che prevedibilmente sarebbe derivato dalla presenza di un parco archeologico, come quello che rappresenta il fiore all’occhiello di Pompei ed Ercolano, lì dove oggi è collocato il rione Lotto O, proprio di fronte all’ospedale del Mare. Un’opportunità negata che ha concorso non poco a cambiare le sorti del quartiere, imponendo la nascita di uno dei tanti rioni di edilizia popolare sinonimo di criminalità e degrado, a discapito di una concreta opportunità di riqualifica per l’intera periferia orientale.
Un dato di fatto che sottolinea l’enorme potere che in quegli anni Ciro sarno deteneva in veste di boss di Ponticelli, capace finanche di piegare alle sue volontà dipendenti pubblici e colletti bianchi, affinché quell’importante scoperta venisse taciuta e i relitti di quella cittadella romana non vedessero mai la luce, ma venissero ricoperti dal cemento per ospitare centinaia di famiglie pronte a giurare fedeltà e riconoscenza al boss.
A tutti gli effetti, il rione Lotto O rappresenta una piccola cittadella densamente abitata e che nel corso degli anni è stata più volte teatro di sanguinarie vicende di cronaca. Non solo agguati, ma anche tante opportunità negate ai bambini, ai ragazzi del rione, unitamente all’incuria e alla mancata manutenzione dei plessi di edilizia popolare: un copione che si ripete in tutti i rioni del quartiere, tristemente erti a roccaforte di clan camorristici.
Dal suo canto, ‘o sindaco dichiarava di essersi amaramente pentito di aver impartito quell’ordine, poiché il percorso di studi intrapreso in carcere gli aveva consentito di affascinarsi all’arte e mai in età adulta avrebbe potuto ripetere quell’errore – a suo dire – imperdonabile che gli pesava non poco, più per l’importanza di quel patrimonio artistico che per quello che avrebbe significato per il territorio beneficiare di quel tipo di indotto economico.
Uno dei tanti retroscena amari che consegna la triste consapevolezza di come e quanto la camorra abbia condizionato la crescita e la storia di un quartiere, colpevolmente abbandonato dallo Stato e dalle Istituzioni che da decenni continuano ad assistere allo scempio in atto a Ponticelli in veste di spettatori impassibili.











