Il 10 novembre 1975, l’industriale pratese Piero Baldassini, 32 anni, figlio del noto imprenditore tessile Dino Baldassini, venne rapito mentre rientrava nella sua abitazione a Gonfienti (Prato). Nonostante il pagamento di un riscatto stimato in circa 700 milioni di lire, Baldassini non fece più ritorno a casa.
La sera del rapimento, Baldassini stava guidando la sua vecchia Fiat 600 verso la villa di famiglia. A pochi metri dall’abitazione, fu intercettato da un furgone che lo bloccò e lo trascinò via. Le indagini puntarono fin da subito sulla zona delle colline metallifere grossetane e della Calvana, territori frequentati da gruppi specializzati nei sequestri.
Due giorni dopo, i sequestratori contattarono la famiglia con richieste di riscatto. Piste tortuose, trattative complesse: i legali della famiglia si muovevano tra percorsi prestabiliti, damigiane sul tetto di una 500, istruzioni criptiche. Ma nessuna liberazione.
Dopo oltre tre anni, il 22 aprile 1979, il corpo di Baldassini venne rinvenuto nello stato di saponificazione in una cisterna di un casolare abbandonato tra Cantagrillo e Cecina di Larciano (Pistoia). Il ritrovamento fu possibile grazie alle dichiarazioni di un pentito che indicò il luogo esatto della “tomba”.
Il caso Baldassini rappresentò una delle più gravi tragedie legate ai sequestri nell’Italia degli anni ’70 e segnò profondamente la città di Prato. Fu uno dei cruciali passaggi che evidenziarono la capacità dell’“Anonima sequestri” di colpire al cuore la normalità.











