Il mattino del 10 novembre 1979, lungo l’autostrada A18 tra Catania e Messina, all’altezza del casello di San Gregorio di Catania, un attacco fulmineo e mortale segnava una delle pagine più tragiche della lotta alle mafie siciliane. Tre carabinieri — Giovanni Bellissima (24 anni), Salvatore Bologna (41 anni) e Domenico Marrara (50 anni) — in servizio presso il Comando Provinciale di Catania, furono assassinati in un agguato mentre scortavano il detenuto Angelo Pavone, alias “Faccia d’angelo”, in procinto di essere trasferito al carcere di Bologna.
L’operazione nasceva dalla necessità di tradurre Pavone, un esponente mafioso coinvolto in un grave sequestro extorsivo, verso la casa circondariale emiliana. Alle 5 del mattino l’auto della scorta partì da Catania: alla guida l’autista civile, accanto i tre carabinieri e il detenuto. Al casello di San Gregorio, appena fermata la vettura al distributore del ticket, un commando armato esplose una sparatoria a bruciapelo. I tre militari non ebbero il tempo di reagire. L’autista riuscì a salvarsi fingendosi morto.
Undici giorni dopo, il corpo di Pavone venne rinvenuto in una discarica sul territorio etneo: vittima di tortura e morte violenta, era l’evidenza di una mafia che colpiva non solo gli affiliati ma pure chi la metteva in discussione.
Le vittime innocenti
Giovanni Bellissima: nato a Mirabella Imbaccari (CT) il 18 ottobre 1955, era vice-brigadiere dei Carabinieri.
Salvatore Bologna: originario di Palazzolo Acreide (SR), nato il 13 aprile 1938; appuntato dell’Arma.
Domenico Marrara: nato circa nel 1929, 50enne al momento dell’agguato, anch’egli appuntato dei Carabinieri.
Tutti e tre morirono nell’adempimento del dovere: vittime innocenti di una strategia mafiosa che intendeva colpire lo Stato e chi lo rappresentava.
Le famiglie di Bellissima, Bologna e Marrara hanno lottato a lungo affinché il loro sacrificio fosse riconosciuto: nel 2013 sono state conferite le medaglie d’oro al valor civile alla loro memoria.
Ogni anno, a San Gregorio di Catania, si svolge una commemorazione ufficiale presso il monumento eretto nei pressi del casello autostradale, in presenza delle autorità militari, civili e scolastiche.
Questo eccidio aiuta a capire che la lotta alla mafia non riguarda solo grandi operazioni o nomi famosi: implica anche la protezione delle istituzioni, la fragilità di chi serve lo Stato e il coraggio quotidiano di chi “va col veicolo dei detenuti” e si espone completamente.
Ricordare Bellissima, Bologna e Marrara significa tenere viva la consapevolezza che la legalità è anche un sacrificio silenzioso, e che le vittime dello Stato meritano che la giustizia nei loro confronti non resti mai incompiuta.











