Il giornalista Gabriele Nunziati, corrispondente per l’Agenzia Nova a Bruxelles, è al centro di una controversa vicenda che ha sollevato un importante dibattito sul tema della libertà di stampa in Italia.
Il 13 ottobre 2025, durante una conferenza stampa della Commissione Europea a Bruxelles, Nunziati pose una domanda alla portavoce Paula Pinho: «Se la Russia dovrà pagare per la ricostruzione dell’Ucraina, lei crede che anche Israele dovrà farlo per la ricostruzione di Gaza?»
La portavoce rispose che si trattava di una domanda “molto interessante” ma che non avrebbe commentato in quel momento. Circa due settimane dopo, il 27 ottobre, Agenzia Nova comunicò la decisione di interrompere la collaborazione con Nunziati, definendo la domanda «assolutamente fuori luogo e di natura erronea» e affermando che la sua diffusione aveva suscitato imbarazzo.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) ha espresso «sconcerto», sostenendo che un giornalista non può essere licenziato per aver posto una domanda scomoda, poiché il suo ruolo è proprio interrogare e informare.
Diversi esponenti politici e del mondo dell’informazione hanno parlato di potenziale «precedente grave» per la libertà di stampa, considerando che la domanda in questione era nel pieno esercizio della funzione giornalistica.
Il fatto che un collaboratore venga licenziato dopo aver posto una domanda pone interrogativi sul confine tra autonomia giornalistica, responsabilità editoriale e potenziali pressioni interne o esterne nei media.
La vicenda di Gabriele Nunziati non è solo la storia di un licenziamento: è un’istantanea del giornalismo in epoca digitale, dove la domanda giusta può costare molto e dove la sovrapposizione tra informazione, geopolitica e opinione è sempre più marcata.










