Nella sera dell’8 novembre 1874 a Bagheria, in provincia di Palermo, il piccolo Emanuele Attardi, figlio di un cancelliere della Pretura che combatteva l’associazione dei Fratuzzi, viene ucciso in un agguato diretto al padre.
Nella Bagheria di fine Ottocento, l’associazione nota come dei “Fratuzzi” esercitava una pressione crescente sugli apparati dello Stato e sulla società civile. In questo scenario, Gaspare Attardi, cancelliere della Pretura locale, si distingueva per la sua fermezza nella gestione degli atti penali e – secondo fonti storiche – per aver contribuito al riconoscimento e all’arresto di alcuni affiliati del gruppo criminale.
La sera dell’8 novembre 1874, il cancelliere attendeva il rientro a casa insieme al figlio Emanuele, di circa 11 anni. Mentre percorrevano la via pubblica mano nella mano, ignari della minaccia che incombeva, si consumò l’agguato: un colpo di fucile o arma da fuoco esplose in direzione di Gaspare Attardi, ma centrò invece il bambino, che cadde mortalmente ferito. Emanuele morì sul colpo, vittima innocente di un conflitto che non aveva scelto.
La morte di Emanuele Attardi è uno dei primi casi documentati di vittima innocente delle emergenti organizzazioni mafiose siciliane. Non si trattava di uno scontro tra criminali, ma di un atto che mirava a colpire lo Stato – e che finì per distruggere una vita infantile. Alcuni storici della mafia ritengono che quell’omicidio segnò un passaggio: la scelta di colpire in modo pubblico e intimidatorio, anche colpendo familiari, per inviare un messaggio.
Il padre, Gaspare Attardi, non arrestò la sua attività pubblica nonostante il lutto. Ma l’episodio rimase gravido di impatto: negli anni successivi, vittime bambini o familiari di uomini dello Stato divennero un tratto drammatico nella storia delle mafie siciliane.











