E’ uno dei retroscena cruciali legati all’omicidio di Annunziata D’Amico, la donna-boss del rione Conocal di Ponticelli, uccisa in un agguato di camorra il 10 ottobre del 2015, quando ricopriva il ruolo di reggente del clan di famiglia.
Un omicidio eccellente, non solo perché i sicari della camorra hanno impugnato un’arma per indirizzarla contro una donna, sbugiardando il falso mito per antonomasia secondo il quale la camorra non uccide donne e bambini. A incidere pesantemente sullo scenario e sulle conseguenze scaturite dal delitto eccellente della sorella dei “fraulella”, ovvero i boss Antonio e Giuseppe D’Amico, è soprattutto il contesto in cui è maturato l’agguato.
In seguito alla dissoluzione del clan Sarno, il quartiere Ponticelli fu inghiottito da una sanguinaria faida di camorra che coinvolse diverse fazioni camorristiche intenzionate a conquistare la supremazia del territorio colmando il vuoto di potere scaturito dall’uscita di scena dei boss che per circa trent’anni avevano saldamente preservato il controllo degli affari illeciti, spingendosi ben oltre i confini di Ponticelli.
In quel momento storico, erano due i clan in guerra: i De Micco, i cosiddetti “Bodo”, capeggiati dal boss Luigi De Micco che aveva ereditato la reggenza del clan in seguito all’arresto dei fratelli Marco e Salvatore, e i D’Amico, “i fraulella”, rappresentati dalla “passillona” alias Annunziata D’Amico per la stessa ragione. In seguito all’arresto dei fratelli, la donna salì in cattedra mettendo in disparte gli altri uomini di casa per ereditare le redini del clan di famiglia e ricoprire il ruolo di boss. Irriverente, orgogliosa e ostinata, la donna-boss non intendeva piegarsi al ricatto estorsivo dei rivali che pretendevano che versasse nelle loro casse una generosa tangente sui proventi delle dozzine di piazze di droga che gestiva nel rione Conocal, il suo arsenale.
Proprio lì, nel luogo-simbolo del suo potere, il fortino inespugnabile nel quale si sentiva “al sicuro”la regina”, “la passillona” trovò la morte ad attenderla, in un piovoso sabato mattina, al rientro dal colloquio sostenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere con il primo dei suoi sei figli, Gennaro.
La notizia della morte violenta della donna-boss suscitò reazioni di dolore e rabbia violentissime nelle carceri in cui erano reclusi gli uomini di casa D’Amico: marito, fratelli, figlio. Per alcuni fu necessario il ricovero in infermeria. E proprio nelle carceri furono stabilite e impartite strategie e direttive finalizzate a vendicare la donna-boss, assassinata come un boss.
Gli uomini, parenti diretti della D’Amico, imposero che fosse uno di loro, un uomo nelle cui vene scorreva il sangue dei “frauelella” a vendicare “la passillona”. Pertanto, strategie e piani di vendetta furono rimandati a quando uno dei fratelli o il primogenito della donna-boss sarebbe tornato in libertà.
In carcere, tuttavia, si delineò anche uno scenario ancora più determinante e destinato a incidere pesantemente sulle dinamiche camorristiche del quartiere.
Annunziata D’Amico fu tradita da una persona di cui si fidava, una parente che intratteneva una relazione extraconiugale con una figura apicale del clan De Micco che per questa ragione era solito trascorrere la notte lì, nel cuore del Conocal, a due passi dall’abitazione della donna che ricopriva il ruolo di reggente del clan rivale. Anche la notte prima dell’agguato il ras pernottò nel quartier generale della “passillona” e la mattina seguente ebbe modo di apprendere in tempo reale che aveva lasciato la sua abitazione per recarsi dal figlio detenuto in carcere. La boss sapeva di essere in pericolo e per questo era restia ad uscire di casa: per questo motivo il desiderio di rincontrò il figlio recluso si rivelò fatale.
Il resto è un dato di fatto assodato: il killer, Antonio De Martino alias “XX”, sicario dei De Micco, ha fatto irruzione nei pressi dell’abitazione della donna, quando è rientrata dal carcere, a bordo di una Suzuki Swift guidata da Flavio Salzano, ex affiliato ai D’amico, poi passato dalla parte dei De Micco.
Un’esecuzione in piena regola che non le ha lasciato scampo, malgrado il disperato tentativo della donna di trovare riparo tra le auto in sosta.
Quella mattina, anche Antonio De Martino, insieme alla madre, si era recato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, per la stessa ragione della reggente del clan rivale: sostenere un colloquio con il fratello Giuseppe, anch’egli recluso nello stesso istituto penitenziario. Un’associazione di fatti e persone sulla quale gli avvocati difensori del killer hanno fatto fortemente leva per dimostrare l’incompatibilità delle tempistiche ricostruite, considerando che vittima e carnefice partivano dallo stesso luogo e pertanto difficilmente De Martino avrebbe avuto il tempo materiale di tornare a Ponticelli, cambiare gli abiti, salire a bordo dell’auto e raggiungere la donna proprio quando stava rincasando. Molto probabilmente, invece, quella mattina, il killer si recò in carcere proprio per costruirsi un solido alibi.
Il carcere di Santa Maria Capua Vetere ha giocato un ruolo determinante in questa vicenda, non solo per questo. Proprio perché Annunziata D’Amico e Carmela Ricci, alias Donna Lina, moglie del boss Francesco De Martino e madre di tre figli, Antonio, Giuseppe e Salvatore, erano solite incontrarsi in quella sede per appagare la stessa necessità: sostenere il colloquio con i figli detenuti. Il primogenito di Annunziata d’Amico, il secondogenito di donna Lina. In più circostanze, mentre erano in fila all’esterno del carcere, in attesa dei colloqui, le due donne sarebbero venute alle mani e in più occasioni, ad avere la peggio, sarebbe stata proprio la mamma di Antonio De Martino.
Un retroscena che introduce anche un movente di carattere personale nell’azione di sangue compiuta dal killer, condannato all’ergastolo per l’omicidio della donna-boss.
Ancora senza nome, invece, il mandante dell’omicidio che secondo quanto riferito da fonti legate al clan De Micco-De Martino, sarebbe proprio il ras legato sentimentalmente a una parente della D’Amico.
Un intreccio di circostanze che ha determinato uno scenario complesso e comprensibilmente difficile da decifrare per gli inquirenti.
All’indomani dell’agguato in cui perse la vita la “passillona”, le mura delle carceri sarebbero circolati messaggi, in entrata e in uscita, tra le figure apicali del clan D’Amico e i De Micco a piede libero che si sarebbero serviti di alcuni affiliati reclusi che avrebbero funto da tramite.
Il ras dei De Micco temeva per l’incolumità dei suoi parenti, consapevole delle conseguenze che l’omicidio di una donna avrebbe sortito in termini di vendetta da parte del clan rivale. Violando una regola d’oro del codice d’onore, mettendo la firma sull’assassinio di una donna, potevano aver legittimato i rivali a fare lo stesso, senza fare sconti a figli, bambini, parenti innocenti. Quella che si stava delineando era una pericolosa scia di sangue che rischiava di sfociare in una strage di innocenti. Pertanto, disponendo degli uomini e dei canali giusti, il ras dei De Micco fece in modo che uno degli uomini di casa D’Amico si convincesse dell’estraneità del suo clan nella vicenda, affinché la responsabilità ricadesse esclusivamente sui De Martino. In sostanza, facendo leva proprio sulle acredini personali, i De Micco avrebbero tentato di scaricare tutte le responsabilità sugli alleati al fine di preservarsi dalla vendetta dei rivali.
In quest’ottica sarebbe maturato l’omicidio di Flavio Salzano, anch’egli condannato all’ergastolo per l’omicidio della donna-boss, seppure fu ucciso in un agguato nell’estate del 2017, mentre era latitante.
I piani di vendetta dei D’Amico dal carcere erano un fatto noto negli ambienti criminali fin dai giorni successivi all’agguato e tratteggiavano la forte volontà di colpire tutte le persone che avevano avuto un ruolo nell’omicidio della “passillona”. Nella lista nera finì anche il fedelissimo dei De Micco che la sera dell’omicidio si recò nei pressi del carcere di Secondigliano per inscenare uno spettacolo pirotecnico, voluto per “festeggiare” con le figure apicali del clan lì detenute la fine della faida e l’acclarata supremazia ottenuta mettendo la firma su quel delitto eccellente.
In quel clima, il rischio di un’escalation di sangue e violenza era un’ipotesi tutt’altro che remota e per questo, per ottenere una prova della dichiarata estraneità dei De Micco ai fatti che hanno determinato la morte di Annunziata D’Amico, uno dei parenti della donna avrebbe preteso dal ras dei De Micco la testa dei due esecutori materiali: Antonio De Martino e Flavio Salzano. Una sorta di prova del nove che il ras dei “fraulella” recluso avrebbe chiesto ai rivali per orientare nella giusta direzione i piani di vendetta, consapevole che la replica della famiglia non poteva essere immediata, proprio perché spetterà al primo uomo dei D’Amico portare a compimento il disegno criminale, una volta tornato in libertà.
E non è da escludere che possa celarsi anche questo scenario tra i moventi dell’omicidio di Salzano che avrebbe lasciato il rifugio nel quale stava trascorrendo la latitanza per recarsi a un appuntamento con qualcuno che conosceva e che si è rivelato essere il suo assassino.
Ben diversa e molto più solida la posizione di intoccabile di Antonio De Martino che in veste di killer dei De Micco ha messo la firma su diverse azioni violente che hanno concorso a consolidare l’ascesa e la consacrazione del clan De Micco.
Risulta evidente che i motivi di astio e rancore tra i D’Amico e i De Martino continuano a rappresentare una delle tracce più vive da seguire per tratteggiare gli esiti di uno scenario dai risvolti imprevedibili, soprattutto perchè affonda le radici in un passato lontano e che risale a molto tempo prima dell’omicidio della “passillona”.











