Il 12 ottobre del 1999, in provincia di Brindisi, la vita di Anna Pace, donna di 62 anni originaria di Fasano, si concluse tragicamente a causa di un incidente stradale collegato a traffici illeciti. Anna percorreva la strada statale che collega Fasano a Locorotondo, insieme al marito e a una cugina, quando un furgone carico di sigarette di contrabbando, appartenente a una colonna di trafficanti, uscì fuori controllo e la investì.
Nello scontro rimasero ferite anche altre tre persone, ma le lesioni riportate da Anna si rivelarono gravissime. Dopo essere stata ricoverata, resistette per alcuni giorni, ma le ferite interne e le condizioni critiche portarono al suo decesso il 12 ottobre, quando ormai non c’era più nulla da fare.
Le testimonianze dell’epoca, oltre alle ricostruzioni successive, parlano di una manovra del furgone di testa della colonna, forse per evitare controlli o per una manovra repentina, che lo avrebbe fatto invadere la corsia opposta, colpendo in pieno i veicoli in transito. I contrabbandieri coinvolti abbandonarono il mezzo e la merce (le cassette di sigarette) sull’asfalto e fuggirono.
L’impatto fu devastante. Il cruscotto dell’auto sulla quale viaggiava Anna si sarebbe deformato, provocando traumi gravissimi al torace. Malgrado i soccorsi e la speranza iniziale del marito che Anna potesse riprendersi, la donna spirò dopo alcuni giorni in ospedale, lasciando il marito Luigi, i loro cinque figli (Franco, Elena, Ornella, Angela e Nicola) e l’intera comunità di Fasano sconvolta dal dolore.
La sua morte non fu un semplice incidente, ma un crimine collaterale del sistema dei traffici illeciti. Nel corso dell’anno successivo, durante un’operazione della Guardia di Finanza denominata “Gran Premio”, emergono responsabilità in relazione a questo episodio. Fu individuato l’autista del furgone — Pietro Sibilio — che ammise il suo ruolo nel sinistro: arrestato, fu processato e condannato per omicidio aggravato.
Anna Pace è oggi inclusa nelle liste delle vittime innocenti delle mafie, come simbolo di quanta sofferenza il crimine organizzato possa riversare su persone estranee, inermi, che hanno semplicemente avuto la sventura di trovarsi sulla traiettoria di violenza.










