Era l’11 ottobre del 1989 quando Serra San Bruno, nel cuore delle montagne vibonesi, venne scossa da una tragedia che ancora oggi pesa come una ferita aperta. In quella data, esattamente trentasei anni fa, un ragazzo di appena 18 anni, Pasquale Primerano, perse la vita in un agguato di fuoco. Un delitto che la cronaca e la memoria collettiva ricordano come un omicidio “per errore”, un colpo di violenza cieca che spense troppo presto una giovane esistenza estranea a qualsiasi logica criminale.
Pasquale era un ragazzo come tanti, cresciuto in una comunità operosa e legata ai valori semplici del lavoro e della famiglia. Quella sera, secondo le poche ricostruzioni dell’epoca, qualcuno stava cercando un’altra persona, probabilmente legata a contesti malavitosi. Ma a cadere sotto i colpi fu lui, innocente, disarmato, inconsapevole di tutto. Da allora il suo nome è rimasto inciso nella memoria di Serra San Bruno come simbolo di una gioventù spezzata senza motivo, di una Calabria ferita da una violenza che non guarda in faccia nessuno.
Oggi, a distanza di decenni, il caso di Pasquale Primerano resta avvolto nel silenzio e nell’oblio giudiziario. Non risultano colpevoli né verità accertate. Un crimine dimenticato, come tanti altri in quegli anni in cui la criminalità organizzata e le vendette personali si intrecciavano in un clima di paura. Eppure, per chi lo ha conosciuto, Pasquale non è mai stato solo un nome tra tanti: era un giovane pieno di sogni, con la vita davanti e la speranza di costruirsi un futuro in un paese che amava.
Ogni 11 ottobre, la sua storia ritorna a galla come monito contro l’indifferenza. Serra San Bruno, il paese della Certosa e del silenzio, rinnova il ricordo di quel figlio innocente, vittima della brutalità e della casualità del male. È un anniversario che non celebra, ma riflette: su quante vite innocenti la Calabria ha perduto e su quanto sia importante continuare a raccontarle, perché nessun ragazzo come Pasquale venga dimenticato o ridotto a una semplice nota di cronaca.










