L’indagine della Guardia di Finanza di Firenze che lo scorso maggio ha portato all’arresto di 11 persone, tra le quali i fratelli Sarno, ha ricostruito un complesso sistema di frodi fiscali realizzato attraverso una rete di società “cartiere”, che emettevano fatture per operazioni inesistenti e permettevano agli imprenditori coinvolti di ottenere liquidità immediata, evadere le tasse e finanziare attività illecite.
Il sistema si fondava su alcune pratiche ben consolidate, in primis la creazione di costi fittizi: le società cartiere emettevano fatture false, registrate come costi dalle aziende beneficiarie, riducendo così il carico fiscale. Lo step successivo era la monetizzazione dei bonifici: i bonifici effettuati per pagare le fatture false venivano restituiti in contanti agli imprenditori, con una commissione generalmente intorno al 6%. Le società erano spesso prive di reale operatività, intestate a prestanome, e servivano solo a simulare transazioni inesistenti.
Antonio Sarno, figlio dell’ex boss di Ponticelli Ciro ‘o sindaco e Ciro Sermone erano i promotori principali del sistema, con Sermone che gestiva direttamente le società e Sarno che promuoveva il sistema tra gli imprenditori locali. I proventi delle frodi venivano trasportati fisicamente, a volte sequestrati durante controlli stradali o ferroviari.
Ciro Sermone, emerge come il fulcro del meccanismo, “l’architetto” del sistema. Originario di Cercola e fratello di Umberto, il ras della droga dell’isolato 2 del rione De Gasperi di Ponticelli, era la mente alla base del business illecito.
Sermone gestiva la rete di società cartiere, creando costi fittizi e garantendo la monetizzazione dei bonifici, fungeva da intermediario per gli imprenditori, organizzando le operazioni e assicurando il funzionamento del sistema, collaborava strettamente con Antonio Sarno, che promuoveva il sistema e facilitava i contatti con i beneficiari delle frodi. Utilizzava prestanome per intestare le società, operando dietro le quinte per evitare di esporsi direttamente. Organizzava il trasporto del denaro contante e investiva i proventi in operazioni immobiliari e altre attività economiche.
Secondo le dichiarazioni raccolte dal collaboratore di giustizia Tommaso Schisa, il fratello di Ciro, Umberto Sermone operava nel traffico di droga, gestendo una piazza autonoma e pagando una quota ai clan di zona. Ciro Sermone, invece, non era coinvolto nel traffico di stupefacenti ma si dedicava a società, bancarotte e assegni, utilizzando i proventi anche per pagare i clan locali e operare indisturbato.
Ciro gestiva il bar “Il Texas” a Ponticelli insieme alla moglie Teresa, e aveva una rete di società intestate a prestanome, che gli permetteva di finanziare clan e continuare le operazioni illecite senza rischiare direttamente.
Schisa ha riferito alla magistratura anche un episodio che risale all’epoca in cui, in veste di rampollo del clan di famiglia, operante nel rione De Gasperi di Ponticelli: mentre si trovava a casa dello zio Michele Damiano e si parlava di un soggetto che aveva fatto una bancarotta di i 50 mila euro, lo zio gli disse che si chiamava Ciro Sermone che aveva una serie di società intestate a “cap e lignam” cioè a prestanome e che Sermone pagava i clan di zona di volta in volta, per poter operare indisturbato.
La rete di società cartiere, la monetizzazione dei bonifici e l’uso di intermediari come Sarno e Sermone hanno permesso la creazione di un meccanismo complesso e redditizio, difficile da individuare e contrastare, con impatti significativi sull’economia locale e sulle casse dello Stato.










