Posizionavano dispositivi GPS all’interno di paraurti e specchietti retrovisori delle auto di lusso per monitorarne gli spostamenti e poi colpire nel momento più favorevole. Era questo il collaudato modus operandi della cosiddetta “banda dell’AirTag”, smantellata dai Carabinieri della Compagnia Vomero dopo mesi di indagini serrate.
Quattro persone sono finite agli arresti domiciliari, in esecuzione di un’ordinanza di misura cautelare emessa dal Tribunale di Napoli su richiesta della locale Procura della Repubblica. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata ai furti di auto e motocicli, rapina e ricettazione.
L’inchiesta
Le indagini, coordinate dalla VII Sezione “Sicurezza Urbana” della Procura partenopea e condotte dai Carabinieri della stazione di Napoli Marianella, hanno permesso di ricostruire l’attività della banda. Fondamentale il lavoro di incrocio tra analisi dei cellulari, esame delle telecamere di videosorveglianza private e comunali, e accertamenti tecnico-scientifici su tracce biologiche, eseguiti sia dal RIS di Roma sia dalla Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale di Napoli.
Grazie a questi elementi, gli investigatori hanno collegato i quattro a 22 episodi di furto, avvenuti non solo nei quartieri Vomero, Fuorigrotta, Posillipo e Soccavo, ma anche in diversi comuni della Campania tra cui Aversa, Marcianise, Giugliano, Casoria, Trecase, Pozzuoli, San Giuseppe Vesuviano e Santa Maria La Fossa.
La struttura del gruppo
Secondo quanto emerso, l’organizzazione aveva una base operativa a Scampia e una divisione dei ruoli ben precisa. A capo c’era il promotore del sodalizio, che decideva i colpi, teneva i rapporti con i ricettatori e si occupava della spartizione degli utili. I complici, invece, si muovevano su auto a noleggio periodicamente sostituite per eludere i controlli e, una volta individuati i veicoli di interesse, piazzavano i localizzatori GPS nascosti.
Quando le condizioni erano favorevoli, entravano in azione con arnesi da scasso, strumenti per la riprogrammazione delle chiavi elettroniche e perfino stemmi di note case automobilistiche per camuffare le auto rubate.
Un episodio di violenza
L’inchiesta ha inoltre documentato un episodio di rapina ai danni di un proprietario che si era accorto del tentativo di furto in corso. Un’aggravante che ha rafforzato il quadro accusatorio a carico della banda.
Sequestri e prove
Durante le perquisizioni, i Carabinieri hanno sequestrato numerosi arnesi da scasso, dispositivi elettronici sofisticati per la rigenerazione delle chiavi e diversi stemmi di marchi automobilistici di lusso, tutti strumenti ritenuti indispensabili per l’attività illecita.
Gli investigatori parlano di un’organizzazione “altamente specializzata e in grado di colpire in più province campane con rapidità e precisione chirurgica”. L’operazione dei Carabinieri ha interrotto una catena di furti che, secondo gli inquirenti, avrebbe potuto proseguire a lungo e garantire consistenti guadagni al sodalizio criminale.










