Un dato allarmante scuote la sanità campana: nel 2025 le aggressioni agli operatori sanitari sono aumentate del 22%rispetto all’anno precedente. Una crescita esponenziale che colloca la Campania ben oltre la media nazionale, stimata intorno al +5%. I numeri riflettono un fenomeno sempre più diffuso e complesso, che riguarda non solo i pronto soccorso ma anche ambulatori e assistenza domiciliare.
Se ne parlerà nel dettaglio il 27 settembre all’Ordine dei Medici di Napoli durante il convegno “Rispettate chi vi cura – comunicare, proteggere, educare: risposte alla violenza verso il personale sanitario”, al quale interverrà, tra gli altri, la dottoressa Annamaria Ascione, psicologa, psicoterapeuta e membro del Comitato Tecnico Scientifico di ASSIMEFAC, nonché socia dell’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD).
La relazione che si è incrinata
“La relazione medico-paziente è un luogo sacro di incontro tra fragilità e competenza”, spiega Ascione. “Quando questo legame si spezza, entrambi gli attori ne escono danneggiati. L’aumento delle aggressioni è il sintomo di una crisi più profonda: una frattura culturale e relazionale che attraversa il sistema sanitario.”
Nel suo intervento, dal titolo “Rispettare chi cura. La relazione medico-paziente nell’epoca della sfiducia: un approccio psicoanalitico”, Ascione affronterà la trasformazione del rapporto di cura alla luce di dinamiche psicosociali sempre più tese.
I dati: una violenza diffusa e sistemica
Secondo l’OMS, il 30–35% degli operatori sanitari a livello globale ha subito almeno una volta episodi di violenza fisica o verbale. In Italia, il Ministero della Salute ha registrato oltre 18.000 aggressioni nel 2024, coinvolgendo più di 22.000 operatori. Le categorie più colpite: infermieri, medici e operatori socio-sanitari. Il fenomeno è prevalentemente verbale (80%), ma non mancano aggressioni fisiche (15%) e psicologiche (5%).
In Campania, oltre all’incremento del 22%, pesano le carenze organizzative, il sovraffollamento dei servizi, la cronica scarsità di risorse e il clima di diffidenza crescente nei confronti della sanità pubblica. Anche l’assistenza domiciliarenon è immune: l’isolamento degli operatori e l’alta tensione emotiva nelle famiglie ne aumentano l’esposizione al rischio.
Ascione: “Riformulare il patto di cura”
“La crisi che stiamo vivendo – prosegue Ascione – non è solo strutturale, ma anche simbolica. Il medico, l’infermiere, l’operatore sono percepiti non più come figure autorevoli ma come bersagli. Questo accade perché la soggettività del curante è negata, riducendolo a una funzione tecnica. Ma senza riconoscimento reciproco, non può esserci cura.”
Le conseguenze sono tangibili: burnout, ansia, somatizzazioni, vissuti depressivi sempre più diffusi tra il personale sanitario. “La fiducia non si genera nei protocolli, ma nella presenza reale, nella relazione umana”, aggiunge.
Le proposte per intervenire
Per invertire la rotta, Ascione propone 5 azioni concrete che rappresentano un punto di partenza per la prevenzione delle aggressioni e la ricostruzione del patto di cura:
- Formazione obbligatoria nei corsi di medicina e infermieristica su comunicazione, gestione emotiva e dinamiche relazionali.
- Supervisioni psicologiche continuative nei contesti ospedalieri e territoriali, per supportare gli operatori nel lungo periodo.
- Medicina narrativa come strumento clinico per restituire senso e simbolizzazione all’esperienza della cura.
- Protocolli post-aggressione con debriefing emotivo, supporto psicologico e riconoscimento del trauma subito.
- Campagne di sensibilizzazione pubblica, rivolte alla cittadinanza, per educare al rispetto e alla comprensione del ruolo degli operatori sanitari.
Conclusione: proteggere chi cura è responsabilità di tutti
Il convegno del 27 settembre sarà un’occasione di riflessione e confronto per operatori sanitari, psicologi, istituzioni e cittadini. In un momento storico in cui la fiducia nella medicina vacilla e la sanità pubblica è sotto pressione, rimettere al centro la relazione di cura è non solo una priorità etica, ma una necessità sociale e culturale.
Come afferma Ascione, “Serve una rivoluzione culturale che non si limiti alla repressione delle aggressioni, ma che promuova empatia, ascolto e riconoscimento reciproco come fondamenti del rapporto terapeutico”.











