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Gli uomini di scorta di Giovanni Falcone: eroi silenziosi della strage di Capaci

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
22 Maggio, 2025
in In evidenza, News
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Gli uomini di scorta di Giovanni Falcone: eroi silenziosi della strage di Capaci
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Il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci, un boato spezzò la Sicilia e l’Italia intera. Un attentato mafioso orchestrato da Cosa Nostra uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Uomini dello Stato, fedeli servitori della legalità, che pagarono con la vita il loro impegno nella lotta alla mafia. Spesso i loro nomi sono ricordati solo di riflesso, ma dietro ciascuno c’era una storia, una famiglia, un senso profondo di dovere.

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Antonio Montinaro – Il caposcorta

Nato nel 1962 a Calimera, in provincia di Lecce, Antonio Montinaro era il caposcorta del giudice Falcone. Fiero, riservato, uomo d’azione e di profonda umanità. Era al volante della prima delle tre auto blindate del convoglio, una Fiat Croma bianca, quella che esplose in pieno sopra il cratere scavato da 500 chili di esplosivo.

Lasciò la moglie Tina e due figli piccoli. Da allora Tina Montinaro si è fatta portavoce della memoria del marito e degli altri agenti, lottando affinché il loro sacrificio non venga dimenticato e non sia mai strumentalizzato.

Rocco Dicillo – Il sorriso discreto della scorta

Nato a Triggiano (Bari) nel 1962, Rocco Dicillo aveva da poco compiuto trent’anni. Venne assegnato al servizio di scorta dopo essere entrato nella Polizia di Stato. Era un giovane determinato, ma anche riflessivo e attento. Come Montinaro, si trovava sull’auto di testa, travolta dall’esplosione.

Chi lo conosceva lo descriveva come un ragazzo umile e riservato, legato alla sua terra d’origine e alla sua famiglia. Voleva fare la sua parte, e l’ha fatta fino all’ultimo.

Vito Schifani – La voce spezzata di una vedova

Vito Schifani, palermitano, aveva solo 27 anni e un figlio piccolissimo. La sua giovane moglie, Rosaria Costa, divenne il simbolo del dolore e del coraggio civico quando, al funerale trasmesso in diretta nazionale, pronunciò una frase rimasta nella memoria collettiva:

«Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio…».

Era anch’egli a bordo della Croma bianca. Il suo corpo venne sbalzato a decine di metri. Il suo sogno era proteggere i giusti e garantire un futuro migliore al figlio.

Falcone e Morvillo sono diventati simboli della lotta alla mafia, ma gli agenti della scorta erano altrettanto consapevoli del pericolo, e hanno accettato il rischio con dignità e coraggio. Non erano personaggi pubblici, non cercavano gloria: erano uomini comuni con una straordinaria dedizione.

Oggi i loro nomi sono scolpiti nella memoria collettiva, su targhe, vie, monumenti, ma soprattutto nelle coscienze di chi crede nella legalità. Ricordarli significa onorare un patto civile: quello di non dimenticare, di combattere ancora, di proteggere il futuro con l’esempio.

Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani: uomini dello Stato, eroi italiani. Morirono per proteggere un giudice, ma in realtà proteggevano ciascuno di noi.

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