Ha destato non poco scalpore il verdetto emesso dalla Corte di Cassazione che nei giorni scorsi si è espressa in merito alle condanne comminate a diversi esponenti della camorra vesuviana, legati al clan D’Ambrosio-Mascitelli.
Nella fattispecie, il provvedimento più clamoroso è quello che ha riguardato Carmine D’Ambrosio.
Arrestato a dicembre del 2020 con l’accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, nell’ambito di un’organizzazione criminale i cui vertici vengono ricondotti al clan D’Ambrosio-Mascitelli, organizzazione camorristica radicata nei comuni della provincia vesuviana, D’Ambrosio era accusato anche di partecipazione ad associazione finalizzata ad importazione e distribuzione di sostanza stupefacente, aggravata dal metodo mafioso e cessione di sostanza stupefacente. In primo grado, a seguito del giudizio abbreviato, fu condannato a 13 anni e sei mesi di reclusione. Determinante l’intervento dell’avvocato Assunta Arcopinto (dello studio legale Anastasio-Arcopinto-Morlando) nell’ambito del processo di secondo grado e che ha portato a una rimodulazione della pena in 7 anni e due mesi di reclusione. Inoltre, la custodia cautelare in carcere, a seguito della richiesta specifica dell’avvocato difensore, ha consentito a D’Ambrosio di vedersi concedere gli arresti domiciliari presso una comunità, a causa dei suoi problemi di tossicodipendenza. La misura degli arresti domiciliari è tuttora in atto.
Gli avvocati Assunta Arcopito e Daniele Saggese hanno sottoscritto il ricorso in Cassazione articolandolo su tre motivi, due dei quali sono stati accolti. Il primo, legato alla continuazione della pena, in quanto era stato applicato un aumento senza motivarlo, senza effettuare una reale analisi della personalità e della condizione dello stesso D’Amborsio. Il secondo motivo, invece, riguardava la recidiva, in quanto i legali hanno evidenziato l’assenza di una valutazione specifica e pertanto, a loro avviso, per quella parte la sentenza doveva essere annullata, non specificando gli aumenti per le motivazioni tra i vari reati.
La corte di cassazione ha accolto le motivazioni dei legali del D’Ambrosio, annullando la sentenza e rinviando ad altra sezione della corte d’appello di Napoli.
“Si tratta di una sentenza importante – affermano gli avvocati Arcopinto e Saggese – perché dimostra che l’ordinamento giuridico italiano segue un andamento garantista, non importante in generale, ma in via specifica. Qualunque sia l’imputato in un processo, la legge riconosce che venga garantito a tutti lo stesso trattamento. Si tratta di un principio fondamentale, perché strettamente correlato alla certezza della pena. Una condizione che non deve essere intesa come “chiudere il detenuto in carcere e buttare le chiavi”, ma garantire che quella persona possa espiare la pena e possa effettivamente essere rieducato e riabilitato, creando le condizioni ottimali per la sua reintegrazione in società.
Nel caso specifico, – aggiungono i legali – l’importanza di questa sentenza legata alla recidiva e alla continuazione, sottolinea la certezza del diritto e riconosce anche il potere della legge e delle norme che l’ordinamento giuridico esercita sul potere discrezionale dl giudice.
La suprema corte di Cassazione non va a pronunciarsi sulla colpevolezza o l’innocenza di un individuo, ma si sofferma sui diritti di legittimità, quale potrebbe essere, come in questo caso, l’errata applicazione della lege penale. Un errore commesso in precedenza puntualizzato dalla cassazione. Garantismo, certezza del diritto e della pena rappresentano degli aspetti cardine nell’ordinamento giuridico italiano”, concludono i legali Arcopinto e Saggese.











