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Agguato a Ponticelli: il possibile movente del tentato omicidio di Liguori

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
24 Settembre, 2024
in Cronaca, In evidenza
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Ponticelli, una lite tra due affiliati al clan De Micco prima dell’agguato
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Quello di Mario Liguori, 31enne, nato a San Giorgio a Cremano e residente in via Vera Lombardi a Ponticelli, non era uno dei nomi più noti del contesto malavitoso locale, seppure fin dalle ore successive all’agguato in cui è rimasto gravemente ferito proprio nei pressi della sua abitazione, ha iniziato a prendere forma il suo curriculum criminale.

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Già noto alle forze dell’ordine per reati legati agli stupefacenti, truffa, resistenza a pubblico ufficiale e riciclaggio, ma mai per reati associativi, fin dagli istanti successivi all’agguato che lo ha gravemente ferito lo scorso venerdì 20 settembre, Liguori è stato descritto come una persona vicina al clan De Micco che vanta un vincolo di parentela con gli Attanasio di San Giorgio a Cremano, organizzazione camorristica fortemente rimaneggiata dal blitz che qualche anno fa ha tradotto in carcere le figure apicali del clan, i fratelli Giuseppe e Andrea Attanasio, cognati di Vincenzo Troia e nipoti del boss Ciro Formicola. Un intreccio di legami familiari che tratteggia una linea che parte da Ponticelli, sconfina a San Giorgio a Cremano e giunge fino al cuore di San Giovanni a Teduccio.

Gli Attanasio, negli ambienti camorristici, vengono indicati tra i più autorevoli grossisti di cocaina e come detto, Liguori era in affari con i De Micco. Le persone che lo conoscono bene, più che come un semplice spacciatore, lo descrivono come un broker della droga, principalmente dedito allo smercio di cocaina. Il suo quartier generale, da qualche tempo, era in via Bartolo Longo, strada al confine tra Ponticelli e San Giorgio a Cremano, seppure gli screzi con i De Micco non sarebbero sorti per ragioni riconducibili alla droga.

Negli ultimi tempi, Liguori si sarebbe interessato anche ai furti d’automobili, uno dei business illeciti più remunerativi, qualora si riesca a riconsegnare la vettura rubata al legittimo proprietario in cambio di svariate migliaia di euro, portando a compimento il cosiddetto “cavallo di ritorno”. Il tariffario applicato dai “ponticellari” è in grado di assicurare guadagni rapidi ed esorbitanti: cinquemila euro per una Smart, mentre la tangente estorsiva oscilla tra i diecimila e i quindicimila euro per i suv e le auto di lusso.

Paradossalmente, Liguori è finito nel mirino dei sicari per una delle vetture rientranti nel suo “parco auto”, o meglio, per il rifiuto rifilato a uno dei due reggenti del clan De Micco che avrebbe preteso la consegna di un’automobile alla quale era particolarmente interessato, senza l’intenzione di corrispondergli una contropartita in denaro. In sostanza, il ras dei De Micco pretendeva che quell’auto diventasse sua facendo leva sullo status di reggente del clan, ma Liguori si sarebbe opposto. Motivo per il quale, il ras avrebbe decretato la sua condanna a morte. In sostanza, il diniego di Liguori rientrerebbe in quella serie di sgarri che più volte in passato non sono stati puniti con una “semplice lezione”, come una gambizzazione o un pestaggio, ma deliberando la morte del soggetto che con la sua condotta ha oltraggiato una figura al vertice del clan, mancandole di rispetto e rischiando di svilirne l’autorità e il potere.

Tuttavia, la peculiarità, in questo caso, andrebbe ricercata proprio nel contezioso che potrebbe definirsi di carattere personale, qualora la richiesta di consegnare quell’auto sia stata indirizzata a Liguori non per conto del clan, ma da parte del solo reggente del clan. Un dettaglio tutt’altro che irrilevante, perché si colloca in uno scenario diventato anche più nitido dopo l’agguato indirizzato a Liguori e che vede quella stessa figura apicale dei cosiddetti “Bodo” continuare ad ostentare una condotta in vistosa distonia con la politica del clan, palesando un atteggiamento che suscita vivo malcontento tra gli altri affiliati e che lo vede principalmente concentrato a curare più i suoi affari che gli interessi del clan. Un’indiscrezione che serpeggia con insistenza negli ambienti malavitosi del quartiere, quella secondo la quale il ras del clan avrebbe deliberato arbitrariamente l’omicidio di Liguori, senza il beneplacito delle altre figure apicali che sarebbero, tra l’altro, piuttosto indispettite dalla perdita economica scaturita dalla violenta uscita di scena del 31enne che, a quanto pare, era in grado di assicurare solide e ingenti entrate al clan.

La lite scaturita tra lo stesso ras e un altro fedelissimo dei De Micco, anch’egli residente nel cosiddetto “parco di Topolino”, nei giorni precedenti all’agguato e che ancora una volta colloca al centro della disputa un’automobile rubata, concorre a confermare il clima tutt’altro che disteso che si respira tra reggenti e affiliati del clan De Micco.

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