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Il Conocal di Ponticelli un mese dopo l’operazione “alto impatto” e la rimozione dell’altare della camorra

Luciana Esposito di Luciana Esposito
7 Novembre, 2023
in Cronaca, In evidenza
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Il Conocal di Ponticelli un mese dopo l’operazione “alto impatto” e la rimozione dell’altare della camorra
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I venti di guerra, almeno apparentemente, sembrano essersi sedati nel Parco Conocal di Ponticelli, il rione che negli ultimi tempi ha fatto registrare le fibrillazioni camorristiche più vistose. Due incursioni armate a distanza ravvicinata lo scorso settembre avevano concorso a generare il clima che di solito introduce un agguato di camorra. Forte il sentore tra i residenti in zona che di lì a poco potesse scapparci il morto, complice la palpabile tensione mista a nervosismo manifestata dalle figure apicali del clan D’Amico, l’organizzazione storicamente radicata nel Conocal e che dopo un periodo trascorso alla mercé dei De Micco, di recente starebbe provando a risalire la china.

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Dopo qualche settimana di silenzio, un’altra incursione armata, meno di due settimane fa ha nuovamente riacceso i riflettori sul fortino dei D’Amico, concorrendo a delineare uno scenario tutt’altro che chiaro, considerando che la cosca radicata nel Conocal è finita nel libro nero di diversi clan antagonisti. Non solo i De Micco, gli attuali leader di Ponticelli: sarebbero almeno altri due i clan con i quali i D’Amico annoverano un conto in sospeso: “quelli del Vasto” ovvero coloro che vengono indicati come gli autori dell’agguato in cui, lo scorso maggio, ha perso la vita il 26enne ras del rione Vincenzo Costanzo, nipote acquisito del boss Antonio D’Amico. Un omicidio che non ha placato i dissidi che concorrono tuttora a minare la serenità degli abitanti del Conocal. Su diversi episodi che si sono registrati nel rione negli ultimi mesi ci sarebbe infatti la firma del clan ritenuto responsabile della sua morte.
Tuttavia, non si tratta dell’unico scenario che concorre ad accrescere la tensione nel fortino dei D’Amico.

Le recenti sparatorie sarebbero infatti scaturite da alcuni dissidi nati tra le figlie del boss Antonio D’Amico e altre donne legate alla fazione del clan Casella radicata nel rione Luzzatti. Questi ultimi avrebbero palesato a suon di spari la ferma volontà di regolare alcuni conti in sospeso con le figure apicali del clan del Conocal.

I D’Amico temono le incursioni armate dei rivali e per questo avrebbero intensificato coperture e protezioni per cautelare i vertici del clan, non solo incrementando la presenza di vedette e sentinelle nelle zone cruciali del rione dove la visuale consente di intercettare anzitempo l’eventuale ingresso di gruppi di fuoco.

Ad impensierire le figure di spicco della cosca dei cosiddetti “fraulella” non concorrono soltanto le dinamiche strettamente correlate alle logiche camorristiche, ma anche la consapevolezza di essere monitorati dalle forze dell’ordine. Un timore che ha trovato pieno riscontro nella realtà il mese scorso quando 300 operatori delle forze dell’ordine hanno recintato l’intero rione per effettuare perquisizioni e controlli a tappeto.

In quel frangente, per allontanare l’ombra dei sospetti, le donne del clan che gestiscono le imprese di pulizie che lavorano nella zona sarebbero si sarebbero adoperate in prima persona per lavare le scale degli edifici, mostrando così un’inedita predisposizione alla pratica di mansioni lecite, voluta per crearsi un alibi vistoso con l’intento di sviare i sospetti degli inquirenti. Una recita durata appena pochi giorni, poi la vera indole delle “ladies-camorra” ha ripreso nuovamente il sopravvento, così come comprovano alcuni episodi eclatanti strettamente riconducibili ai contrasti che hanno portato alle sparatorie recenti.

Inoltre, l’arresto del rapinatore 17enne accusato del tentato omicidio dell’ingegnere 32enne al quale aveva tentato di rubare lo scooter, mentre era fermo a un distributore di carburante a San Giovanni a Teduccio, ha rivelato un dettaglio che ulteriormente allarmato le figure apicali del clan. Dalle indagini volte a far luce su quella vicenda è emersa la presenza di una microspia all’interno dell’appartamento adibito a base operativa dal gruppo di rapinatori seriali radicato nel Conocal. Un fatto che ha consegnato ai vertici della cosca la consapevolezza che i loro dialoghi possano essere ascoltati dalle forze dell’ordine. Motivo per il quale, tra le mura delle dimore dei “pezzi da novanta” dell’organizzazione le comunicazioni importanti avvengono scrivendo messaggi su fogli che vengono poi distrutti, prestando la massima attenzione a non pronunciare frasi compromettenti. Gli unici dialoghi orali riconducibili a fatti di camorra mirerebbero a fornire informazioni utili ad indentificare gli autori delle incursioni armate recenti per appagare un’esigenza ben precisa. I soggetti finiti nel mirino dei sicari puntano a guidare le indagini delle forze dell’ordine affinché possano aiutarli a sbarazzarsi dei rivali. Un piano lucido che mira a ripristinare la discrezione della quale il clan necessita per tornare a concentrarsi sugli affari illeciti radicati nel Conocal.

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