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“Massacro di Ponticelli”: tutte le prove raccolte dalla camorra per risalire al colpevole

Luciana Esposito di Luciana Esposito
3 Luglio, 2023
in Cronaca, In evidenza
0
“Massacro di Ponticelli”: “Le Iene” intervistano la supertestimone Silvana Sasso
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Ricorre oggi, 3 luglio 2023, il 40esimo anniversario della morte di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, due bambine di 7 e 10 anni, violentate, seviziate, pugnalate e date alle fiamme. Teatro dell’accaduto: il Rione Incis di Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli dove le bambine vivevano ed erano solite intrattenersi a giocare. Proprio da lì, il giorno precedente, il 2 luglio del 1983, furono viste allontanarsi per non tornare mai più.

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Il ritrovamento dei due corpi martorizzati e carbonizzati giunse al culmine di lancinanti ore d’angoscia, non solo per i familiari delle piccole, ma anche per i tanti cittadini che parteciparono con viva apprensione alle ricerche delle bambine tra le strade del quartiere, non appena i genitori lanciarono l’allarme.

In quegli anni, il Rione Incis era una zona non ancora contaminata dagli affari illeciti della camorra. Un rione in cui vivevano diversi esponenti della malavita locale, ma nel quale si respirava un clima molto meno concitato rispetto a quello introdotto dai clan attualmente attivi sul territorio. Il business della droga non aveva ancora attecchito tra le strade del quartiere, meno che mai in quel rione, motivo per il quale i genitori delle bambine si sentivano tranquilli a lasciarle giocare nel cortile sotto casa. Erano gli anni in cui la guerra tra la Nuova Famiglia e la Nuova Camorra Organizzata del boss Raffaele Cutolo era nel vivo e anche tra le strade di Ponticelli si registrava la presenza di affiliati riconducibili a entrambi i clan, seppure fosse la cosca di ‘o Professore a controllare il quartiere in maniera significativa.
Motivo per il quale, all’indomani dell’efferato omicidio delle due bambine, la NCO di Cutolo ha ricoperto un ruolo cruciale nella “caccia al colpevole”. Una delle direttive più rigide imposte dal codice d’onore del clan prevedeva la pena di morte per i pedofili e gli autori di infanticidi. Pertanto, quando venivano compiuti questo genere di crimini, i fedelissimi di Cutolo davano il via a vere e proprie indagini parallele rispetto a quelle delle forze dell’ordine, finalizzate a bruciarli sul tempo per giustiziare il responsabile, perchè ‘o Professore riteneva che coloro che osavano macchiarsi di tali azioni moralmente deprecabili, meritavano di morire.

Anche nei giorni che seguirono il “massacro di Ponticelli” i referenti territoriali della NCO diedero il via ad una serie di indagini parallele, finalizzate a gettare “il mostro” in pasto alle logiche del tribunale della camorra. I soggetti coinvolti nelle indagini, inoltre, avevano anche una forte motivazione personale per stanare il mostro: nel rione Incis abitavano diversi parenti di alcuni affiliati, tra i quali anche bambini, ragioni per cui erano comprensibilmente allarmati, al pari dell’intera cittadinanza e auspicavano di mettersi sulle tracce del responsabile prima che potesse fare del male ad altre vite innocenti.
I primi a finire nel mirino degli emissari di Cutolo furono proprio Ciro, Luigi e Giuseppe: i tre ragazzi arrestati e sbattuti sulle prime pagine dei media nazionali.

I detective della camorra pedinarono per un lungo periodo le loro fidanzate, a caccia di una frase o di un atteggiamento sospetto che potesse confermare le accuse degli inquirenti. Tuttavia, nel corso di quei pedinamenti, riuscirono solo ad appurare l’inconsolabile sconforto in cui le tre giovani erano piombate e che le portava a difendere a spada tratta i loro fidanzati, dimostrandosi puntualmente pronte a cercare rassicurazioni da parte delle persone che incontravano circa la consapevolezza dell’estraneità ai fatti di cui i tre erano accusati. Sapevano che i loro fidanzati erano innocenti e sentivano il bisogno di difenderli da quelle infamanti accuse, cancellando l’ombra del sospetto dagli occhi delle persone in cui si imbattevano. Proprio perchè gli emissari di Cutolo continuavano a girare a vuoto durante la ricerca di prove a carico dei tre giovani arrestati, compresero che era necessario ampliare il raggio d’azione e avviare un’indagine a tutto campo., ormai certi dell’innocenza dei tre

Iniziarono così a fare domande tra gli abitanti del rione Incis, la zona in cui vivevano le bambine e da dove si erano allontanate per recarsi a un appuntamento con un certo “Gino tutte lentiggini”, descritto come un ragazzo molto giovane, biondo, dalla corporatura robusta e con le efelidi. Secondo quanto emerso dai racconti delle amichette di Barbara e Nunzia, il giorno in cui sono sparite dal rione, avevano appuntamento con lui, quel ragazzo più grande che aveva promesso loro di organizzare un pic nic.
I residenti in zona avrebbero precisato che quel tale “Gino” era Luigi Anzovino, un giovane, affetto da disturbi psichici che abitava nel palazzo di fronte a quello delle bambine e che quattro mesi prima era stato accusato di “atti di libidine violenta” nei confronti di un ragazzino. Anzovino era anche il fratello di un amico delle due bambine che aveva puntato il dito contro Giuseppe La Rocca, identificandolo come “Gino tutte lentiggini”.

Inoltre, lo stesso giorno in cui furono tratti in arresto i tre ragazzi accusati di essere “i mostri di Ponticelli”, Anzovino tentò di violentare la sorella, sferrandole diversi fendenti con un’arma da taglio analoga a quella adoperata dall’assassino delle bambine. Arrestato e poi mandato in soggiorno obbligato a Polla per decorrenza dei termini, Anzovino scappa dal comune salernitano per fare ritorno a Ponticelli. Quando vede sopraggiungere le forze dell’ordine intenzionate a ricondurlo in carcere, si suicida lanciandosi dalla finestra.

Gli emissari di Cutolo rivelano di essere stati bruciati sul tempo dai carabinieri, in quanto – ormai certi di aver stanato l’autore del brutale sterminio delle due bambine – si stavano preparando per prelevare Anzovino e giustiziarlo. Ragion per cui, i gregari del clan ipotizzano che vedendo irrompere le forze dell’ordine, il giovane possa aver dedotto che si trattasse di camorristi travestiti da militari, intenzionati a simulare il suo arresto per prelevarlo dal rione senza fare troppo clamore, per poi rendere esecutiva quella condanna a morte che sarebbe comunque stata portata a compimento anche se fosse finito nuovamente in carcere. Vedendosi ormai spacciato ha quindi optato per la fine meno indolore, pur di sottrarsi alle torture che gli sarebbero state inflitte dai camorristi.

Una ricostruzione della quale la camorra è pienamente certa, soprattutto perché in seguito alla morte di Anzovino non si sono verificati analoghi episodi di violenza. La NCO di Cutolo, infatti, non avrebbe potuto rischiare di “perdere la faccia” lasciando impunito un colpevole che poteva nuovamente entrare in azione in qualsiasi momento o ancora peggio, giustiziare un innocente.

Per questa ragione, durante l’intero periodo di detenzione, i tre ragazzi hanno beneficiato della “protezione” della camorra che paradossalmente ha fornito loro ampie rassicurazioni circa la consapevolezza della loro innocenza. In quest’ottica ricopre un ruolo cruciale l’ex boss di Ciro Sarno, oggi collaboratore di giustizia, anche lui detenuto nello stesso carcere in cui si trovavano Ciro, Luigi e Giuseppe e che ha manifestato ai tre tutta la sua solidarietà, fornendo rassicurazioni importanti circa la loro innocenza. Fu proprio Sarno a subentrare al boss Raffaele Cutolo a Ponticelli, in seguito alla dissoluzione del suo clan, motivo per il quale era più che ben informato sulle indagini svolte per stanare l’assassino delle due bambine. Inoltre, gli emissari della NCO che avevano personalmente condotto le indagini erano poi confluiti nel suo clan, andandone a costituire lo zoccolo duro.

Una testimonianza determinante, quella di Ciro Sarno, che senza dubbio potrebbe concorrere a chiarire la posizione dei tre ragazzi che nel corso dei quarant’anni trascorsi, non hanno mai smesso di urlare la loro innocenza.

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