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Yara Gambirasio: la storia della più grande indagine genetica mai realizzata in Europa

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
6 Novembre, 2021
in Cronaca, In evidenza
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Yara Gambirasio: la storia della più grande indagine genetica mai realizzata in Europa
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yara-gambirasio-nuove-analisi-dnaIl delitto di Yara Gambirasio ha scosso fortemente l’opinione pubblica ed è destinato ad essere ricordato come uno dei fatti di sangue più efferati della cronaca italiana. Un omicidio per il quale è stato condannato in via definitiva all’ergastolo un muratore di 51 anni, Massimo Bossetti, incastrato dalle prove biologiche, ovvero le tracce di dna dell’assassino trovato sul corpo della ragazzina.

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Quella che ha consentito di ricostruire l’omicidio della piccola Yara è la più grande indagine genetica mai realizzata in Europa, raccontata in questi giorni da un film, su Netflix da venerdì 5 novembre.

«Ciao a tutti, sono Yara e frequento la terza media. Ho 13 anni e sono una ragazza snella con occhi castani e capelli abbastanza lunghi, mossi e castani. Adoro vestirmi alla moda, anche se i miei vestiti non lo sono. Il mio attore preferito è Johnny Depp, la mia cantante preferita Laura Pausini. Adoro la pizza, le patatine e le caramelle. Il mio sogno è viaggiare».

Autunno del 2010. Nella sua stanzetta in una casa di Brembate Sopra, in provincia di Bergamo, Yara Gambirasio scrive una lettera agli studenti di una scuola tedesca. Presto, spera, avrà nuovi amici “di penna”. Ma il 26 novembre Yara sparisce. Il suo corpo viene ritrovato tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola, dove è stata accoltellata e abbandonata a morire di freddo.

Yara è una ragazzina come tante, solare ed estroversa, conduce una vita normale. Al mattino va a scuola. Il pomeriggio, due volte alla settimana, prende lezioni di ginnastica ritmica presso la Polisportiva di Brembate Sopra. Di solito va a piedi, qualche volta ad accompagnarla è la mamma, il mercoledì vi si reca con due compagne che, non abitando a Brembate, tornano da scuola con lei e rimangono a pranzo a casa sua, per poi recarsi tutte insieme all’allenamento. Un giovedì al mese Yara va dal dentista per controllare l’apparecchio. Il venerdì pomeriggio, di solito, resta in casa.

Il 26 novembre 2010 è un venerdì. Yara chiede ai genitori di andare in palestra per consegnare uno stereo. Alle 17.30 si reca al centro sportivo. Alle 18.40 il papà di un’allieva incrocia Yara che si avvia verso l’uscita. Alle 19.11, non vedendola tornare, la mamma le telefona, ma il cellulare squilla a vuoto e Yara sembra sia stata inghiottita nel nulla.

Le ricerche partono subito. I cani seguono le tracce della ragazzina fino al cantiere di un centro commerciale in costruzione a Mapello, che dista circa tre chilometri dalla palestra. È il luogo di lavoro di Massimo Bossetti, ma lui non viene ancora coinvolto nell’inchiesta. Invece, gli investigatori si concentrano su un operaio marocchino, Mohammed Fikri. Mettono il suo telefono sotto controllo. Lo fermano su una nave diretta a Tangeri e lo accusano di aver detto al telefono alla sua fidanzata: «Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io». Ma quella frase Fikri non l’ha mai pronunciata: gli investigatori hanno tradotto male le sue parole. L’operaio torna libero.

Per tre mesi il buio: le ricerche non portano a nulla. Il 26 febbraio 2011, un aeroplanino telecomandato precipita in un campo incolto di Chignolo d’Isola. Per recuperarlo, il proprietario s’imbatte nel corpo della ragazzina.

Yara è vestita, ma il reggiseno è slacciato e le mutandine tagliate sul davanti: l’assassino, forse, voleva violentarla. Sul corpo ci sono ferite inflitte con un coltello. L’autopsia non lascia dubbi: Yara è morta di freddo. Nella mano destra stringe ancora un ciuffo d’erba.

Sugli slip c’è una traccia genetica: per gli investigatori è il dna dell’assassino. Lo chiamano “Ignoto1”. Per mesi, gli investigatori prelevano il dna di migliaia di persone della zona. Finché, attraverso le comparazioni tra questi dna e quello di Ignoto1, non arrivano a identificare un uomo, Giuseppe Guerinoni, un autista di autobus morto nel 1999, come il padre dell’assassino.

L’inchiesta sembra a una svolta. Ma i due figli di Guerinoni col delitto non c’entrano: l’assassino deve essere un terzo figlio, nato fuori dal matrimonio.

Per risalire all’identità dell’uomo misterioso, gli inquirenti devono scoprire chi sia la donna con la quale Guerinoni aveva una relazione. Confrontando vari dna femminili con quello di “Ignoto1”, ne spunta uno compatibile. È di Ester Arzuffi, una signora che tanti prima viaggiava proprio sul bus guidato da Guerinoni.

Sposata, la donna ha due figli gemelli, Letizia e Massimo Bossetti, che è sposato, ha tre figli e fa il muratore a Mapello. Il giorno dopo, con la scusa di un alcotest, gli investigatori prelevano il dna di quest’ultimo. È il 15 giugno 2014 e l’esito del test genetico non lascia dubbi: Bossetti è “Ignoto1”. La mattina dopo viene arrestato nel cantiere dove lavora.

La notizia della cattura dell’assassino di Yara si accompagna allo scandalo che travolge Ester Arzuffi. «Non ho tradito mio marito. È lui il padre dei miei figli», urla la donna, che arriverà perfino ad accusare il suo ginecologo di averla inseminata a sua insaputa. Le sue parole non salvano il figlio dal carcere: il dna di Bossetti coincide al 99,9 per cento con quello trovato sul corpo di Yara. Contro di lui ci sono anche altri indizi: la sera in cui la ragazzina è scomparsa, il suo telefonino ha agganciato la stessa cella di quello della tredicenne e il suo furgone è stato filmato nei pressi della palestra.

«Passavo spesso da quelle parti, compravo le figurine per i miei bambini dall’edicolante lì vicino», si giustifica Bossetti. Gli investigatori scavano nella sua vita e in quella di sua moglie, Marita Comi. Lei racconta che tra loro le cose vanno bene. Ma due uomini la smentiscono: «Abbiamo avuto una relazione con lei». Sul computer di casa Bossetti, invece, vengono trovate tracce di ricerche oscene. «Bossetti cercava video di tredicenni rosse, vergini, depilate», lo accusa la pm che conduce l’inchiesta, Letizia Ruggeri. Il sospetto è che l’uomo nutra perversioni sessuali.

Sue moglie si autoaccusa: «Sono io che guardo video porno, non Massimo». Ma in carcere vengono sequestrate alcune lettere “spinte” che Bossetti ha inviato a una detenuta: «Spesso di notte ti penso. Non sai quanto mi piacerebbe venire lì da te, nella tua cella. Devi sapere che ci tengo tantissimo al mio corpo. Sai, sono depilato», le ha scritto. Per i giudici è la prova che l’uomo non sa contenersi.

D’altra parte, a un certo punto pare che persino Marita sospetti di lui. In carcere gli dice: «Ci ho pensato Massi, eri via quella sera, non ricordo a che ora sei venuto e non mi ricordo neanche cosa hai fatto. Non l’hai mai detto». E anche se poi in aula entrambi ribadiscono che, la sera in cui Yara è stata uccisa, Bossetti era a casa, questo non servirà a salvarlo da una condanna all’ergastolo. Che verrà confermata in appello nel 2017, e l’anno dopo in Cassazione.

Bossetti continua a professarsi innocente. Da mesi chiede la revisione del processo, ma non è ancora riuscito a far ripetere le indagini genetiche sui reperti.

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