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Ponticelli ripiomba nell’incubo della faida, ecco perchè la camorra torna a servirsi delle bombe

Luciana Esposito di Luciana Esposito
3 Ottobre, 2021
in Cronaca, In evidenza
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Ponticelli ripiomba nell’incubo della faida, ecco perchè la camorra torna a servirsi delle bombe
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2_672-458_resize-1Martedì 28 settembre 2021, ore 21:20. La ripresa delle ostilità tra i clan in lotta per il controllo del quartiere Ponticelli segna una data, un orario e un luogo ben preciso: via Luigi Piscettaro, la strada che accoglie il quartier generale del clan De Micco, tornato in auge dopo la scarcerazione del leader e fondatore del clan, Marco De Micco detto “Bodo”.

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Tornato in libertà lo scorso marzo, contestualmente all’esplosione della prima delle 5 bombe registrate negli ultimi sei mesi, quando a rendere incandescente la scena camorristica ponticellese era la guerra tra i De Martino – il clan rifondato dal killer Antonio De Martino e dalla madre Carmela Ricci, proprio sulle ceneri del clan De Micco – e il cartello criminale costituito dai De Luca Bossa-Minichini-Casella.

“Bodo” non ha dovuto fare altro che attendere che maturassero le circostanze propizie per riappropriarsi del ruolo da “capo” che seppe conquistare all’indomani del declino del clan Sarno, colmando il vuoto di potere generato dall’uscita di scena della cosca fondata dai fratelli Sarno e che per circa un trentennio aveva detenuto il controllo di Ponticelli e dei comuni limitrofi, riuscendo a spingersi fino al cuore di Napoli.
Un ritorno alla ribalta maturato senza spargimenti di sangue, eccezion fatta per il duplice agguato maturato lo scorso 11 agosto, dove ad avere la peggio sono state due reclute del clan De Luca Bossa.

Un morto e un ferito, necessari per ridisegnare gli equilibri camorristici e collocarsi sul gradino più alto della piramide della malavita di Ponticelli. Un risultato maturato anche e soprattutto grazie al vortice di arresti scaturiti dai fatti di sangue che hanno segnato la faida scoppiata un anno fa, quando furono i De Martino a contestare, con un eclatante atto di ribellione, l’egemonia dei De Luca Bossa-Minichini-Casella.

Una carrellata di arresti che hanno concorso ad indebolire entrambe le compagini, l’ombra delle dichiarazioni rese dai recenti collaboratori di giustizia, in primis Tommaso Schisa e Rosario Rolletta, le perquisizioni “a sorpresa” che innervosiscono i reduci dei clan e rallentano gli affari, morti, feriti e bombe che altro non hanno fatto che attirare l’attenzione delle forze dell’ordine e scuotere le coscienze dei civili, stanchi di vivere in balia della paura: questi gli eventi propizi che hanno favorito la facile ascesa di “Bodo”. 

Scaltro, cinico, calcolatore, dotato della mente del fine ed abile stratega, Marco De Micco è riuscito con semplici, ma incisive azioni a ridisegnare l’assetto camorristico ponticellese, riconquistando lo status di capo. Una leadership mal digerita dai relitti del clan Minichini-De Luca Bossa, incapaci di dimenticare quel conto aperto con la famiglia De Micco: l’assassinio di Antonio Minichini, il 19enne figlio della lady-camorra Anna De Luca Bossa e del boss Ciro Minichini, maturato per mano dei sicari del clan dei “Bodo”. Vecchie ruggini alle quali si aggiungono il desiderio di continuare a marcare la scena camorristica da protagonisti, dopo lunghi anni trascorsi in sordina, proprio per volere del clan De Micco e il continuo bisogno di racimolare soldi per garantire una detenzione dignitosa alle figure apicali del clan arrestate un anno fa, in primis Umberto e Giuseppe De Luca Bossa.

Mentre i De Luca Bossa-Minichini-Casella perdevano pezzi preziosi e continuavano ad indebolirsi per assecondare le logiche della faida ufficialmente esplosa esattamente un anno fa, dopo le prime frizioni registrate già ad agosto del 2020, Marco De Micco radunava intorno a sé un esercito di fedelissimi, galvanizzati e motivati dal ritorno in libertà del leader e fondatore dell’omonimo clan. Quella di “Bodo” è sempre stata una figura carismatica, ricca di fascinazione agli occhi degli aspiranti malavitosi del quartiere che vedono un modello da seguire ed emulare in questo giovane che è riuscito a farsi da solo, iniziando a gestire una piazza di spaccio per conto dei “barresi” per poi ritagliarsi un ruolo di primo ordine, capace di colmare il vuoto di potere generato dall’uscita di scena dei Sarno.

Anche e soprattutto tra i fedelissimi alleati di un tempo, insediati nel vicino quartiere di Barra, Marco De Micco starebbe beneficiando dell’appoggio e del supporto di parecchie reclute. Un vero e proprio esercito radunato intorno al suo condottiero ritrovato: tanto basta a spiegare come e perchè, senza troppi affanni, “Bodo” sia riuscito a rimettere le mani su Ponticelli. Un’egemonia che i De Luca Bossa-Minichini-Casella hanno dovuto accettare, pur non tollerandola.

Un boccone troppo amaro da mandar giù, considerando le forze e le energie spese per combattere una faida che non ha fatto registrare vincitori, ma solo vinti tra le due fazioni che hanno animato le ostilità e che è servita soltanto ad agevolare la consacrazione di Marco De Micco e del suo clan.

Con i De Martino facilmente addomesticati dal nuovo boss di Ponticelli e i De Luca Bossa-Minichini-Casella troppo deboli per abbozzare un accenno di ribellione, il clan De Micco, sotto le direttive del ritrovato leader, ha iniziato ad affermare la propria egemonia a suon di estorsioni, marcando al contempo il territorio con vere e proprie squadriglie di soldati, dissipati lungo le strade-simbolo del clan ad adempiere al ruolo di sentinelle armate.

La bomba esplosa lo scorso martedì consegna a Marco De Micco una cruda consapevolezza: quella di aver consacrato la sua leadership su un terreno sdrucciolevole e scivoloso. 

Se è vero che inizialmente i Casella hanno riconosciuto in “Bodo” il nuovo boss di Ponticelli, distaccandosi dai De Luca Bossa, è altrettanto vero che le circostanze che si stanno delineando intorno all’esplosione di quell’ordigno disegnano tutt’altro scenario.

Il fragoroso scoppio di un ordigno artigianale nel cuore del fortino dei De Micco, seguito dall’esplosione di almeno due colpi d’arma da fuoco: un modus operandi analogo a quello che ha contraddistinto i due raid avvenuti lo scorso maggio nella zona delle cosiddette “case di Topolino”, un tempo fortino dei Sarno, oggi sotto il dominio dei De Micco-De Martino.

Un biglietto da visita inequivocabile che induce a dedurre che anche sull’ultima bomba ci sia la firma dei De Luca Bossa. 

La cosca del Lotto O, seppure ormai all’angolo, ancor più indebolita dai 5 arresti maturati lo scorso sabato 25 settembre, fomentata e pilotata dalla stessa mente che ha ordinato gli altri eclatanti raid, starebbe tentando il tutto per tutto, mettendo in discussione la leadership di Marco De Micco per espressa volontà dei boss detenuti in carcere, incapaci di disporre di un’ampia ed esaustiva lettura degli eventi esterni, soprattutto perchè concentrati solo ed esclusivamente sui propri interessi. Per garantirsi una detenzione confacente ad un boss degno di essere definito tale, occorrono soldi, tanti soldi. Il monito che giunge dal carcere è perentorio: racimolare quei soldi. A qualunque costo. 

La sparizione dei Casella da via Franciosa, dove a gestire le piazze di spaccio attualmente sono le reclute, palesa il chiaro intento dei figli del defunto boss Salvatore Casella di coprirsi per evitare di finire nel mirino dei killer del clan rivale. Un atto di prudenza che potrebbe essere scaturito dalla rinsaldata alleanza con i De Luca Bossa che difficilmente potrebbe trovare altrove appoggio e copertura per combattere un’improbabile guerra contro i De Micco che, di contro, non resteranno di certo a guardare, ancor più dopo l’enorme affronto subito. Tuttavia, commette un madornale errore chi ipotizza che la replica di “Bodo” sarà eclatante ed immediata.

 

 

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