• Redazione
  • Contatti
  • AD
  • I’m Napolitan
  • Accedi
venerdì, 16 Ottobre, 2026
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Napolitan - Il nuovo modo di leggere Napoli

Il nuovo modo di leggere napoli

  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali
  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali
Napolitan - Il nuovo modo di leggere Napoli
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati

Camorra Ponticelli: gli episodi salienti che hanno segnato la faida tra Casella-De Luca Bossa e “XX”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
25 Aprile, 2021
in Cronaca, In evidenza
0
Camorra Ponticelli: gli episodi salienti che hanno segnato la faida tra Casella-De Luca Bossa e “XX”
Share on FacebookShare on Twitter

5830391_whatsapp_image_2021-03-14_at_08_52_51Una faida tuttora in corso, seppure nel segno di toni più pacati ed azioni meno eclatanti, quella tra i Casella-De Luca Bossa e gli “XX”, sigla identificativa del clan De Martino, nato sui relitti del clan De Micco, alla fine del 2017, con l’intento di preservare il controllo del territorio, conquistato a suon di azioni violente ed efferate, beneficiando dell’importante supporto di Antonio De Martino, spietato e temuto killer della cosca che proprio dal carcere – anche con l’ausilio della madre Carmela Ricci – ha guidato le gesta dei giovani eredi del clan, capeggiati proprio dal più piccolo dei suoi fratelli, l’unico membro della famiglia rimasto a piede libero. Un clan costituito da giovani acerbi, molti dei quali alle prime vere prese con le prime esperienze in ambito malavitoso, altri con un passato segnato da piccoli precedenti: furti, spaccio, rapine, ma incapaci di strutturare un’organizzazione camorristica e di pianificare azioni ed agguati. Un gruppo di soldati dalle folte barbe e dai vistosi tatuaggi, che identificano in quella doppia X il senso di appartenenza a quel credo che ispira le loro gesta e che conferisce un significato solenne alle loro giornate e alle loro vite. “XX” è infatti il soprannome di Antonio De Martino, che nel gergo locale viene indicato come “l’omm’ annascus'”- l’uomo nascosto – ovvero la mente occulta del clan.

ADVERTISEMENT

A colmare il vuoto di potere generatosi sul versante camorristico, all’indomani del blitz che fece scattare le manette per 23 figure di spicco del clan De Micco, fu il sodalizio camorristico tuttora egemone, costituito da diversi clan di Ponticelli: Minichini-De Luca Bossa- Aprea-Rinaldi. In seguito alla scarcerazione delle 14 persone, ritenute contigue al clan Casella, anche la cosca di via Franciosa è confluita nel parterre delle organizzazioni camorristiche fuse in un’unica alleanza, dietro la sagace regia dell’Alleanza di Secondigliano. Un sodalizio ben radicato sul territorio e che riesce a mantenere il saldo controllo del quartiere, mediante la designazione di un capo-zona in ciascun arsenale d’interesse strategico e che attraverso questo sistema è riuscito a sedare guerre intestine, fino alla ribellione dei De Martino, nata in seguito alla rottura degli accordi relativi alla spartizione dei proventi illeciti e dei sussidi alle famiglie dei detenuti affiliati. Un evento che si concretizza ufficialmente a settembre del 2020, seppure i primi segnali di fibrillazione iniziano a registrarsi pochi mesi prima, nella primavera dello stesso anno.

 

Il primo sussulto camorristico, avvenne nel cuore del primo lockdown imposto dall’emergenza covid-19: il 30 marzo 2020, poco dopo la mezzanotte, furono esplosi 8 colpi d’arma da fuoco in direzione di uno stabile in via Edoardo Scarpetta, nel cosiddetto “Lotto 10”.

Il 6 maggio, invece, Luigi Ferrante, pregiudicato vicino agli Aprea, viene ferito a colpi di pistola al gluteo da un commando che sfreccia in motorino in via Mastellone a Barra.

Pochi giorni dopo, il 19 maggio, Raffaele Giordano, classe 1967, domiciliato in via Malibran a Ponticelli e ritenuto contiguo al clan Aprea-Cuccaro, va incontro allo stesso destino.

L’escalation di violenza entra sempre più nel vivo con il sopraggiungere dell’estate e l’11 giugno fa registrare un nuovo, determinante episodio: un uomo si reca al Commissariato di Ponticelli per sporgere una denuncia contro diversi esponenti di spicco del clan Casella-De Luca Bossa, indicandoli come gli autori di una violenta aggressione perpetrata ai suoi danni. Un segnale eloquente che fornisce la prova tangibile e concreta della presenza sul territorio delle due famiglie camorristiche, pronte a servirsi delle cattive maniere per rivendicare la propria egemonia e piegare chiunque al rispetto delle regole da loro imposte.

Il 26 luglio, invece, nel Rione Conocal di Ponticelli si verifica un episodio eclatante che richiama l’attenzione dei residenti in zona che, di conseguenza, allertano le forze dell’ordine: urla – soprattutto di donne – e spari, provenienti da via al chiaro di luna. Gli agenti dello Polizia di Stato giunti sul posto, rilevano la presenza di un bossolo calibro 45. 

L’11 agosto vengono, invece, esplosi colpi d’arma da fuoco contro un edificio di edilizia popolare in via Eduardo Scarpetta, nel cosiddetto rione Lotto 10.

Una sequenza di spari che il 30 agosto fa registrare un’azione eclatante: “una stesa” rivolta al ras Gennaro Aprea. Ben 9 colpi d’arma da fuoco vengono indirizzati contro l’abitazione dell’elemento di spicco dell’omonimo clan, in via del Flauto Magico, nel parco Conocal .

Le fibrillazioni sono sempre più frequenti e il 16 settembre vengono esplosi, in via Pomponio, colpi d’arma da fuoco contro un’auto parcheggiata, intestata ad un uomo, classe 1995, con precedenti di polizia per reati di spaccio di sostanze stupefacenti.

Nel corso della serata del 23 settembre, in via Molino Salluzzo, si registra uno degli episodi più eclatanti a firma del clan De Luca Bossa. Diversi colpi di pistola vengono indirizzati verso l’abitazione di una donna, finita nel mirino della camorra in seguito ad un banale litigio intercorso tra suo figlio e il figlio di un elemento di spicco del clan. Di tuta la risposta, alla signora venne intimato di versare diverse migliaia di euro nelle casse del clan, se voleva continuare a vivere presso la sua abitazione. Dopo un primo tentativo di occupazione della casa, allorquando la donna, spaventata e temendo per la sua incolumità e per quella di suo figlio, si allontanò dal quartiere per qualche tempo, i ras del clan del Lotto O, quella sera resero ancor più eloquente la richiesta, rimarcandola a suon di spari.

Una sequenza di azioni violente, apparentemente scriteriate e senza logica, ma che, in realtà, ricostruisce il clima di crescente tensione che si registrava nei rioni in balia della camorra, segnato soprattutto da tentativi di infiltrazioni da parte di soggetti ritenuti vicini al clan Mazzarella.

Il sussulto più eclatante che ha concorso a determinare la rottura tra i De Martino e i De Luca Bossa-Casella matura il 1° agosto: il ritorno in libertà di Carmela Ricci, moglie del ras Francesco De Martino e madre di Antonio De Martino, oltre che di Giuseppe – anch’egli detenuto – e di un altro giovane, ritenuto il reggente dell’omonimo clan che da quel momento beneficia del supporto strategico di una “mamma-camorra”.

Una scarcerazione che ha immediatamente sortito delle ripercussioni sul versante camorristico, portando i De Martino ad osteggiare i De Luca Bossa-Casella e concorrendo così a generare una serie di eventi concitati che di fatto si sono poi tradotti nella faida tuttora in corso.

Il primo evento, sintomatico dell’effettiva rottura tra Casella-De Luca Bossa e i cosiddetti “XX” si registra il 26 settembre, quando due giovani vicini al clan De Martino – Fabio Risi e Salvatore Chiapparelli detto “toporecchia” riescono a sfuggire al mirino dei killer del clan rivale, entrati in azione in via Esopo, solo perchè la pistola del sicario si inceppa.

Passano pochi giorni e l’intenzione di colpire i De Martino si concretizza, allorquando il 7 ottobre il giovane Rodolfo Cardone, vicino al clan XX, viene attinto da un colpo d’arma da fuoco in via Fratelli Grimm, nei pressi del Bar Royal, nel Rione Incis.

La risposta del clan “XX” matura il 29 ottobre e porta al ferimento di Luigi Aulisio detto Alì, cognato dei fratelli Casella. Un agguato che infligge un duro colpo all’orgoglio della cosca di via Franciosa che immediatamente risponde al fuoco: il 2 novembre, Rosario Rolletta, elemento di spicco del clan De Martino – poi diventato collaboratore di giustizia – riesce fortunosamente a sopravvivere ad un agguato in via Argine. Proprio all’indomani di quel raid al quale è sopravvissuto miracolosamente, consapevole del fatto che i suoi sodali lo abbiano “venduto” ai Casella, designandolo come l’esecutore materiale dell’agguato perpetrato ai danni di Alì per ristabilire la pace, Rolletta decide di pentirsi per salvarsi la vita. Una decisione maturata al culmine di una notte concitata, animata dalla visita notturna di un commando di fuoco composto dai suoi ex alleati, giunti presso la sua abitazione con il chiaro intento di ucciderlo per consegnare personalmente la sua testa ai Casella e ripristinare così la pace necessaria per tornare a parlare di affari.

Il pentimento di Rolletta ha introdotto un inaspettato colpo di scena che ha sedato gli animi per un breve periodo.

Una calma apparente stroncata, ancora una volta, da un agguato eclatante: nella notte tra l’11 e il 12 marzo viene ferito ad una mano Giuseppe Righetto, fratellastro dei Casella, ritenuto la figura chiave della malavita ponticellese.

 

Un raid che non passa in sordina e che meno di 48 ore dopo porta all’omicidio di Giulio Fiorentino e al tentato omicidio di Vincenzo di Costanzo, entrambi affiliati al clan De Martino.

Un vortice di violenza che intorno alle 3,30 del 17 marzo fa registrare l’esplosione di un ordigno artigianale in via Crisconio. Poche ore dopo, il pregiudicato Ciro Cotugno, detenuto agli arresti domiciliari, viene ferito in un agguato.

Il 21 marzo vengono tratti in arresto Giuseppe Righetto e Nicola Aulisio – figlio di Luigi – entrambi contigui al clan Casella. Un colpo durissimo che – contestualmente agli arresti avvenuti ad ottobre 2020 che hanno tradotto in carcere le figure- simbolo del clan De Luca Bossa – concorre ad indebolire i clan alleati che si vedono decapitati di una figura cruciale.

Durante il pomeriggio di sabato 17 aprile, in via Serino, nel quartiere Barra, i giovani del clan Aprea, non riuscendo a stanare un rivale intercettato in strada concretizzando un agguato, esplodono diversi colpi in aria, uno dei quali ferisce al piede una giovane donna mentre passeggiava in compagnia del fidanzato.
Un episodio cruciale che introduce una nuova stagione di spari, dettata dalle logiche criminali che si fanno spazio tra le crepe dei clan sui quali stanno già scorrendo i titoli di coda, in quanto è sempre più forte il sentore che sia ormai dietro l’angolo il blitz che tradurrà in carcere gli elementi di spicco delle organizzazioni protagoniste dell’ultima guerra di camorra andata in scena a Ponticelli.

 

 

 

ADVERTISEMENT
Prec.

Campania in zona gialla, da lunedì 26 aprile riaprono i musei: al via “la primavera dell’arte”

Succ.

26 aprile 1986: Chernobyl, il disastro nucleare più grave della storia dell’umanità

Può interessarti

Maradona annuncia l’arrivo sulla panchina dei Dorados, la stampa i scaglia contro di lui: “si curi”
Cronaca

Processo morte Maradona, l’avvocato delle figlie: «È stato assassinato a sangue freddo»

15 Ottobre, 2026
Ponticelli: gli ex De Micco furono costretti dai clan alleati a rinnegare la precedente affiliazione bruciando i tatuaggi
Cronaca

Giuseppe Borriello, alias “Chupa Chups”: dal blitz del 2017 alla latitanza, la storia del fedelissimo dei “Bodo”

15 Ottobre, 2026
Ponticelli, la denuncia dei cittadini: “furti anche in via Alfieri”
Cronaca

Ponticelli, controlli in tre attività commerciali: multe per oltre 20mila euro tra abusi edilizi e lavoro irregolare

15 Ottobre, 2026
San Giovanni a Teduccio, maxi sequestro di droga: oltre 20 chili di stupefacenti, 6.300 euro in contanti e una pistola rubata
Cronaca

San Giovanni a Teduccio, maxi sequestro di droga: oltre 20 chili di stupefacenti, 6.300 euro in contanti e una pistola rubata

15 Ottobre, 2026
Napoli, migliaia di euro falsi nascosti dietro un soppalco: arrestato un 51enne
Cronaca

Napoli, migliaia di euro falsi nascosti dietro un soppalco: arrestato un 51enne

15 Ottobre, 2026
Detenuto distrugge infermeria del carcere di Poggioreale
Cronaca

Poggioreale, sventata una consegna di droga e cellulari con un drone: sequestrati 300 grammi di hashish

15 Ottobre, 2026
Succ.
26 aprile 1986: Chernobyl, il disastro nucleare più grave della storia dell’umanità

26 aprile 1986: Chernobyl, il disastro nucleare più grave della storia dell'umanità

Please login to join discussion

Ultimi Articoli

Maradona annuncia l’arrivo sulla panchina dei Dorados, la stampa i scaglia contro di lui: “si curi”

Processo morte Maradona, l’avvocato delle figlie: «È stato assassinato a sangue freddo»

di Redazione Napolitan
15 Ottobre, 2026
0

«Diego è stato assassinato a sangue freddo». È l'accusa pronunciata dall'avvocato Fernando Burlando, legale di Dalma e Gianinna Maradona, nell'arringa conclusiva delle parti civili al processo sulla morte di Diego Armando Maradona, in corso a San Isidro, nell'area metropolitana di Buenos Aires. Il legale ha chiesto una condanna a 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale dell'ex fuoriclasse argentino, accusato insieme ad altri professionisti sanitari di responsabilità nella gestione delle sue condizioni di salute durante il ricovero domiciliare che precedette la morte, avvenuta il 25 novembre 2020. L'intervento di Burlando, durato oltre tre ore, ha segnato una delle fasi più intense della conclusione delle arringhe delle parti civili. L'avvocato ha sostenuto che le prove emerse nel dibattimento confermerebbero la tesi secondo cui la morte del campione avrebbe potuto essere evitata. Si tratta della posizione accusatoria della parte civile: le responsabilità penali degli imputati devono essere accertate dal tribunale.  Le richieste di condanna: nel mirino l'intero staff sanitario Nel corso dell'arringa, l'avvocato Fernando Burlando ha chiesto 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale di Maradona, e 12 anni per Nancy Forlini, coordinatrice dell'assistenza sanitaria domiciliare. Per la psichiatra Agustina Cosachov la richiesta è di 10 anni, mentre per lo psicologo Carlos Díaz il legale ha invocato una pena di cinque anni. Infine, ha chiesto quattro anni di reclusione ciascuno per l'infermiere Ricardo Almirón e per Mariano Perroni, responsabile degli infermieri. Le contestazioni comprendono, secondo le posizioni accusatorie, l'omicidio semplice con dolo eventuale per alcuni imputati e l'omicidio colposo per altri. Per il medico clinico Pedro Di Spagna, invece, Burlando ha chiesto l'assoluzione, in linea con la posizione già espressa dalla pubblica accusa.  Le richieste formulate dalla parte civile non sono condanne già pronunciate: spetterà ai giudici valutare le prove e accertare le eventuali responsabilità penali dei singoli imputati. La distinzione giuridica è importante. Il dolo eventuale presuppone, in termini generali, che una persona si rappresenti la possibilità che la propria condotta provochi un evento mortale e ne accetti il rischio. La colpa, invece, riguarda una condotta negligente, imprudente o imperita, senza quella forma di accettazione del rischio. Le pene richieste da Burlando sono quelle invocate dalla parte civile e non costituiscono condanne già pronunciate. Anche la qualificazione giuridica dei fatti resta sottoposta alla valutazione dei giudici. «Il suo corpo chiedeva aiuto»: le accuse sulle cure domiciliari Al centro della requisitoria c'è la gestione delle condizioni cliniche di Maradona nelle settimane precedenti la morte. Il campione era stato sottoposto a un intervento chirurgico per un ematoma subdurale e, successivamente, era stato trasferito in un'abitazione privata per proseguire la convalescenza. Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. La morte del Pibe de Oro e il processo a San Isidro Diego Armando Maradona è morto il 25 novembre 2020, a 60 anni, mentre si trovava in convalescenza dopo l'intervento neurochirurgico. La morte, attribuita a un edema polmonare acuto associato a un'insufficienza cardiaca, ha dato origine a un'indagine sulle modalità dell'assistenza ricevuta negli ultimi giorni. Il processo mira a chiarire se i professionisti che avevano in cura l'ex campione abbiano agito correttamente e se eventuali negligenze abbiano avuto un ruolo determinante nel decesso. Il procedimento in corso a San Isidro è il secondo tentativo processuale dopo che il primo processo era stato annullato nel 2025 a seguito dello scandalo legato alla partecipazione di una giudice a un progetto documentaristico sul caso, circostanza che aveva compromesso la regolarità del dibattimento. Nelle settimane precedenti alle arringhe delle parti civili, anche la pubblica accusa aveva chiesto pene detentive per diversi componenti dello staff sanitario, pur con richieste differenti rispetto a quelle formulate da Burlando.  Un processo che cerca di stabilire chi avrebbe potuto salvarlo...

Fabio Perrucci, il carabiniere che ha salvato tre donne nel nubifragio di Foggia: un anno fa aveva soccorso un anziano tra le fiamme

Fabio Perrucci, il carabiniere che ha salvato tre donne nel nubifragio di Foggia: un anno fa aveva soccorso un anziano tra le fiamme

di Redazione Napolitan
15 Ottobre, 2026
0

Ci sono interventi che durano pochi minuti, ma che possono cambiare per sempre il destino di chi li vive. Momenti nei quali il pericolo non concede tempo per riflettere a lungo e qualcuno sceglie di andare incontro a chi è in difficoltà, mettendo a rischio anche la propria incolumità. È quanto accaduto lo scorso 12 ottobre a Foggia, durante il violento nubifragio che ha investito la città. Nel sottopasso di via Scillitani, invaso dall'acqua e trasformato in una trappola, tre donne sono rimaste bloccate all'interno di un'automobile. A intervenire è stato Fabio Perrucci, 29 anni, carabiniere scelto in servizio al Nucleo operativo e radiomobile di Foggia, che insieme a un collega ha contribuito a portarle in salvo. Una storia di coraggio che acquista un significato ancora più profondo alla luce di un precedente episodio: il 25 giugno 2025, quando prestava servizio a Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci era entrato in un'abitazione avvolta dalle fiamme per soccorrere un anziano allettato, impossibilitato a fuggire autonomamente. Due emergenze diverse, a distanza di oltre un anno, unite dalla stessa scelta: intervenire quando una vita è in pericolo.  Il nubifragio a Foggia e il sottopasso diventato una trappola Il pomeriggio del 12 ottobre, una violenta ondata di maltempo si è abbattuta su Foggia. La pioggia intensa, accompagnata in alcuni momenti dalla grandine e da forti raffiche di vento, ha provocato allagamenti, disagi alla circolazione e numerose richieste di soccorso. Le strade si sono rapidamente riempite d'acqua, mentre diversi locali, tra cui box e cantine, sono stati invasi dalle precipitazioni. In corso Garibaldi è caduto un albero, fortunatamente senza provocare feriti. Ma tra le situazioni più critiche si è registrata quella dei sottopassi, dove l'acqua si è accumulata in pochi minuti, mettendo in difficoltà gli automobilisti. In via Scillitani il livello dell'acqua ha raggiunto circa un metro. Tre donne si sono ritrovate intrappolate nell'abitacolo della loro automobile, esposte a una situazione di grave pericolo.  È in questo scenario che è intervenuto Fabio Perrucci. Il carabiniere ha raggiunto la vettura immergendosi nell'acqua, insieme a un collega, e ha partecipato alle operazioni necessarie per liberare le occupanti e condurle in salvo. Il militare ha dovuto affrontare anche un notevole sforzo fisico per raggiungere e soccorrere tutte e tre le donne, una dopo l'altra. Un intervento nel quale la rapidità era fondamentale: in un sottopasso allagato, infatti, la situazione può peggiorare in tempi brevissimi.  Il precedente a Pagani: l'ingresso nell'abitazione in fiamme La vicenda di Foggia non è un episodio isolato nella storia professionale del ventinovenne. Il 25 giugno 2025, quando era in servizio alla Tenenza dei Carabinieri di Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci si trovò ad affrontare un'altra emergenza. All'interno di un'abitazione avvolta dalle fiamme c'era un anziano allettato, incapace di uscire da solo. Il fumo rappresentava una minaccia concreta e, mentre si attendeva l'arrivo dei vigili del fuoco, il rischio era che l'uomo non riuscisse a resistere. Il carabiniere entrò nell'appartamento, raggiunse l'anziano, lo sollevò e lo trasportò all'esterno, sottraendolo al pericolo. Un intervento del quale rimase traccia anche in una lettera di ringraziamento inviata dal figlio dell'uomo alla Legione Carabinieri. La testimonianza della sorella: «Per me è mio fratello» Dopo aver visto le immagini del fratello impegnato nel soccorso, Sarah Perrucci ha affidato ai social la propria emozione. Il suo racconto restituisce una prospettiva diversa rispetto alla cronaca dell'intervento: quella di chi conosce la persona che si trova dietro la divisa e vive con apprensione i rischi di una professione che può imporre decisioni immediate. Un post...

Ponticelli: gli ex De Micco furono costretti dai clan alleati a rinnegare la precedente affiliazione bruciando i tatuaggi

Giuseppe Borriello, alias “Chupa Chups”: dal blitz del 2017 alla latitanza, la storia del fedelissimo dei “Bodo”

di Redazione Napolitan
15 Ottobre, 2026
0

Il suo nome compare nelle carte giudiziarie che hanno contribuito a ricostruire gli assetti del clan De Micco di Ponticelli...

Ponticelli, la denuncia dei cittadini: “furti anche in via Alfieri”

Ponticelli, controlli in tre attività commerciali: multe per oltre 20mila euro tra abusi edilizi e lavoro irregolare

di Redazione Napolitan
15 Ottobre, 2026
0

Occupazione abusiva di suolo pubblico, allacci elettrici abusivi, irregolarità nella gestione dei rifiuti e lavoratori senza contratto. È il quadro delle...

Facebook Twitter Youtube
  • Redazione
  • Contatti
  • Privacy and Cookie Policy
  • AD
Napolitan è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Nola n.° 9 del 23/12/2014. Iscrizione al Registro degli Operatori per la Comunicazione n. 24695

© 2022 Napolitan.it | Tutti i diritti riservati

Bentornato!

Accedi al tuo account

Hai dimenticato la password?

Recupera la tua password

Inserisci il tuo nome utente o email per recuperare la password

Accedi
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • News
  • Cronaca
  • Arte & Spettacolo
  • Musica
  • Napolitan by Night
  • Non solo hobby
  • Foto
  • Da Sud a Sud
  • Fratelli d’Italia
  • Fenomeni Virali

© 2022 Napolitan.it | Tutti i diritti riservati

Vuoi sbloccare questo post?
Contenuti da sbloccare rimanenti. : 0
Sei sicuro che vuoi cancellare questo abbonamento?