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Che ci faceva Umberto De Luca Bossa a Torre Annunziata?

Luciana Esposito di Luciana Esposito
13 Gennaio, 2017
in Cronaca, In evidenza
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Che ci faceva Umberto De Luca Bossa a Torre Annunziata?
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wp_20160608_12_04_53_pro A 24 ore di distanza dall’arresto del figlio dello spietato boss di Ponticelli Tonino ‘o sicc, il quesito al quale gli inquirenti sono chiamati a rispondere è principalmente uno: perché Umberto De Luca Bossa si trovava a Torre Annunziata?

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Dunque, l’attuale situazione in cui versa il clan capeggiato dal giovane e che annovera la sua roccaforte nel Lotto O di Ponticelli, imponeva, in qualche modo, un imminente segnale di forza, da mettere in pratica attraverso un’azione di inequivocabile matrice camorristica che portasse proprio la firma di Umberto.

Una dimostrazione di forza necessaria per dimostrare a chi mira ad eliminare dal contesto criminale il clan De Luca Bossa una capacità organizzativa ancora viva, oltre che finalizzata ad ufficializzare l’ingresso in scena di Umberto nei panni di leader del clan, affinché il giovane provasse con i fatti che è pronto ad ereditare le redini del clan portato al massimo lustro prima dal nonno e poi dal padre.

Tutto ha inizio lo scorso giugno, in un clima apparentemente tranquillo: il Lotto O di Ponticelli sembrava un relitto di case fatiscenti e sonnacchiose, ripiegato su sé stesso a leccarsi le ferite sortite da una lotta alla conquista del potere criminale che aveva visto i De Luca Bossa uscire di scena con le ossa rotte. Un agguato voluto per uccidere Raffaele Cepparulo, il boss dei Barbudos che in seguito alla strage delle Fontanelle nel Rione Sanità, – maturata poche settimane prima dal suo clan per colpire i Vastarella – aveva trovato accoglienza e rifugio proprio nel rione che tutt’oggi rappresenta il quartier generale di quello che un tempo fu il clan di Tonino ‘o sicc e che, secondo molti, sarebbe ancora guidato dal boss, attualmente detenuto in carcere, ma pur sempre in grado di impartire direttive.

L’agguato di Cepparulo, maturato in un circolo ricreativo di proprietà di Umberto De Luca Bossa, scardina definitivamente la calma apparente che sembra regnare nel rione e consente alle reali velleità del clan capeggiato proprio da Umberto di emergere in tutta la loro temibile fondatezza.

Il maxi-blitz nel rione Conocal di Ponticelli, maturato pochi giorni dopo la morte di Cepparulo, e che porta all’arresto di 94 persone e allo smantellamento di dozzine di piazze di spaccio nella roccaforte dei D’Amico, il clan di Fraulella, apre uno scenario ulteriormente favorevole ai De Luca Bossa che possono colmare il vuoto maturato nel mercato della droga, imponendosi nuovamente sulla scena criminale. Inoltre, i D’Amico, ormai rimaneggiati, in termini di reclute e non solo, sono destinati ad uscire di scena. Ragion per cui, l’unica organizzazione da affrontare è quella dei De Micco, gli acerrimi nemici di sempre, con i quali, da tempo, intercorre un botta e risposta che si consuma a suon di agguati. Feriti e morti, di reclute e parenti, da un lato, per vendicare feriti e morti, di reclute e parenti, dall’altro.

Un braccio di ferro che potrebbe andare avanti ad oltranza. Inoltre, ad inasprire ulteriormente i toni della contesa, giunge il rifiuto da parte dei De Luca Bossa di pagare le tasse per le piazze di spaccio al clan De Micco.

Durante l’estate, il clan del Lotto O, si rafforza per effetto di nuove alleanze e scarcerazioni eccellenti, tra le quali spicca quella di Salvatore Solla. Proprio quest’ultimo ha probabilmente pagato con la vita il rifiuto dei De Luca Bossa di piegarsi alle richieste di pagamento dei De Micco.

Un omicidio eccellente che ha incupito e non poco il clima in casa De Luca Bossa: Umberto sa di essere il probabile e prossimo bersaglio da parte di chi che vuole giungere a conquistare l’egemonia del controllo criminale dell’intero quartiere. Il giovane non esce quasi più di casa, da quel 23 dicembre, se non quando è strettamente necessario.

E questo concorre ad aggiungere un elemento importante nella ricostruzione del contesto in cui è maturato il suo arresto durante il pomeriggio di ieri.

Il giovane rampollo dei De Luca Bossa stava pianificando un’azione criminale da mettere a segno: nei giorni precedenti, c’era stato parecchio movimento intorno al P4, l’edificio-bunker del clan.

Uomini, auto, armi, discussioni, macchinazioni.

Un movimento che ha insospettito anche la Polizia investigativa di Ponticelli che pochi giorni prima della morte di Solla ha perquisito l’edificio, senza però riuscire a rinvenire armi né null’altro che potesse concretamente portare all’arresto di Umberto.

Quest’ultimo, quindi, si sente braccato su due fronti: le forze dell’ordine da un lato, il clan rivale dall’altro.

Inoltre, deve mettere in pratica e, per giunta, nel breve tempo, una replica esplicita all’agguato di Solla e non solo: una dimostrazione di forza che possa, al contempo, rilanciare le quotazioni del suo clan.

Non può rimanere relegato in casa, Umberto deve dimostrare di essere in grado di fare il boss e di essere il boss reggente del clan De Luca Bossa.

Eppure, i tratti inspiegabili che contraddistinguono le circostanze che hanno portato al suo arresto, sono molteplici.

In primis, il giovane sa di essere sotto tiro, perché è uscito a bordo di una Smart e non in un’auto più capiente, accompagnato da più uomini, in grado di offrirgli maggiore protezione? Così come, in effetti, è accaduto in occasione del funerale di Solla e nelle altre rare circostanze in cui ha abbandonato il suo appartamento-bunker.

Ragion per cui risulta probabile che Umberto avesse deciso di agire di impeto e senza pianificare un’azione ben definita: i fedelissimi del clan non gli avrebbero consentito di uscire da solo e senza una protezione adeguata.

Una pistola con colpo in canna e matricola abrasa. Un’arma pronta a sparare: contro chi o cosa?

Questo è un altro enigma.

Nessuno è in grado di trovare un tassello, tra le beghe della malavita ponticellese, riconducibile a Torre Annunziata. Forse, il giovane aveva saputo che qualche obiettivo sensibile del clan da colpire si trovava lì e senza indugi ha deciso di balzare in auto e raggiungerlo, per mettere a segno il tanto agognato agguato.

Qual è il clima che si respira a Torre Annunziata in chiave camorristica, lo chiarisce la Dia, nella relazione sul secondo semestre 2015, pubblicata l’estate scorsa e diretta dal Ministro dell’Interno al Parlamento.

Dalla relazione emerge che il clan Gionta resiste soprattutto grazie a un ruolo “di primo piano riconosciuto alle donne”. Nonostante boss e capi siano tutti detenuti e il clan sia stato a più riprese sgominato, a Torre Annunziata, la camorra la fanno ancora loro. Il clan, secondo la Dia continua a condividere con il gruppo Chierchia-Fransuà non solo interessi illeciti, ma anche la rivalità con i Gallo-Limelli-Vangone, che gestiscono invece il traffico di droga nella piazza di spiaccio del Piano Napoli di Boscoreale.

Sempre a Torre Annunziata, infine, opera il gruppo Tamarisco, dedito anche alle armi, con l’appoggio dei Cesarano di Pompei.

Da scartare l’ipotesi secondo la quale Umberto potrebbe essere andato a Torre Annunziata per reperire l’arma. Il giovane non si sarebbe esposto al rischio di un agguato per espletare una mansione che poteva commissionare a un semplice gregario.

Di certo, la presenza del giovane in un contesto che appare totalmente estraneo e scollegato alle logiche criminali della periferia est di Napoli, ha spiazzato tutti, i fedelissimi del clan De Luca Bossa più di chiunque altro.

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