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Un anno fa veniva uccisa Annunziata D’Amico: ecco come quell’agguato ha cambiato il clan

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
10 Ottobre, 2016
in Cronaca, In evidenza
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Un anno fa veniva uccisa Annunziata D’Amico: ecco come quell’agguato ha cambiato il clan
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12144791_997082520341847_7611265416527780062_nLa figura di Annunziata D’Amico, detta “la passillona” ha ricoperto un ruolo cruciale nel contesto camorristico della periferia est di Napoli, in particolare tra le strade di Ponticelli, quartiere in cui permane la roccaforte del clan che la donna-boss ha ereditato in seguito agli arresti dei fratelli Antonio, soprannominato Fraulella e Giuseppe.

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Una donna carismatica e dal carattere forte, capace di zittire Cernobyl, suo marito, Salvatore Ercolani, quando, prima che venisse arrestato, osava intervenire durante i colloqui con i gregari del clan.

È la stessa Passillona a raccontare la donna e la camorrista che è stata attraverso le intercettazioni che hanno portato ai 94 arresti maturati lo scorso giugno. C’era anche il nome di Annunziata D’Amico nell’elenco delle persone da ammanettare, ma, come spesso accade, i cecchini del clan De Micco, hanno preceduto le forze dell’ordine.

«Sono una femmina… perché esternamente sono femmina, ma dentro mi sento uomo. Io non sono la guagliona di nessuno e non ho mai fatto la guagliona di nessuno».

«Ora la camorra la facciamo noi, tanto Cernobyl (duo marito, Salvatore Ercolani, arrestato) non ci sta più… Ora è peggio: ora ci stanno le donne».

Parlava così la “passilona” dal suo appartamento di via Flauto Magico 294: dispensava consigli sulle armi da utilizzare ai suoi “guagliuncielli”, impartiva ordini sulle stese e le bussate di porta (intimidazioni, avvertimenti e messaggi di vario genere da recapitare), nascondeva le armi e le distribuiva quando necessario.

Annunziata era a capo di tutto e controllava tutto.

Annunziata era capace di tutto: di riporre le armi tra le mani di ragazzini, di metterli a spacciare droga, di insegnargli “come si fa il camorrista e come si diventa un uomo d’onore”, la passillona li metteva anche in guardia, consigliandogli i luoghi da frequentare: “non andate nel circolato di quello, non ci sta niente… là se la fanno solo ‘e brav’ guagliun’”. Un monito innaturale, partorito dalla bocca di una madre e che, unitamente alle altre gesta tutt’altro che materne compiute dalla donna, rende lo scenario ancor più macabro e surreale.

Irriverente, sfrontata, spocchiosa, Annunziata D’Amico aveva il carattere del “guappo” per eccellenza che non piega la testa davanti a niente e a nessuno.

La droga da smerciare la compravano direttamente loro, non volevano più acquistarla dal clan De Micco e, al contempo, si rifiutava di pagare al “clan di Bodo” le “tasse” sulle piazze di spaccio e il contrabbando di sigarette, oltre che sui palazzi che le imprese di pulizie che lavorano sotto mandato del suo clan dovevano corrispondere.

Il suo clan era il più forte e il Rione Conocal era il suo regno: la passillona non accettava le imposizioni di nessuno e le impennate sugli scooter di grossa cilindrata tra le fiabesche strade del Rione, lo sottolineavano “a tutto gas”.

Irrispettosa, perfino nei confronti dei veterani del clan e, secondo il codice d’Onore della camorra, questo genere di oltraggio non può essere perdonato. Loro erano anziani, ma lei era “il capo”: per questo la D’Amico pensava di dover ricevere rispetto e di non doverne dare a nessuno.

Madre di quattro figli, la passillona è stata giustiziato come un vero boss il 10 ottobre del 2015, intorno alle ore 13, mentre era di ritorno dal carcere di Caserta, nel quale è detenuto proprio uno dei suoi figli.

Annunziata sapeva di essere finita nel mirino dei killer del clan rivale e per questo non lasciava quasi mai il suo appartamento-bunker, ma erano diversi mesi che non vedeva suo figlio e quella mattina ha prevalso il cuore di mamma.

La spiata al clan De Micco, come puntualmente accade, è arrivata proprio dal Rione Conocal, da qualcuno vicino quanto bassa alla Passillona per carpirne le mosse e gli spostamenti.

Accade tutto in pochi attimi: la donna, di ritorno dal colloquio, incontra delle persone nel cortile di casa che gli chiedono notizie del figlio. Quindi, chiede un bicchiere d’acqua alla signora che abita nel basso antistante al cortile e decide di intrattenersi a chiacchierare con quel gruppo di conoscenti: “Mi fumo una sigaretta e salgo”, questa la scelta di Annunziata che ne ha di fatto sancito la condanna a morte.

I killer sopraggiungono in un lampo, hanno il volto coperto, iniziano subito a sparare contro la donna che, fino all’ultimo respiro, ha agito da boss: “lievet’ stu cos’ ‘a faccia…fatti guardare in faccia, fammi vedere chi sei!” urlava la donna, sfidando i suoi killer, mentre invano cercava riparo dietro le auto parcheggiate accanto al cortile.

Madre, donna e boss, compianta ed adorata dagli interpreti della scena criminale del clan D’Amico che non hanno mai smesso di osannarla, come una sorta di divinità in terra volata prematuramente in cielo, la passillona è tra le figure più amate della storia della camorra, può essere definita un’autentica “madre della camorra”.

Dopo quell’agguato, il clan è letteralmente in ginocchio e passa nelle mani di altre donne: sua sorella Carla e sua cognata Anna Scarallo, in quanto moglie di Antonio D’Amico, alias Tonino Fraulella, ereditano le redini del clan, fortemente rimaneggiato dalle morti e dai 52 arresti maturati nel corso del maxi-blitz avvenuto nel marzo del 2015.

Sotto le direttive della camorra al femminile, l’aria tra le mura del Conocal, non cambia: le piazze di spaccio sono in mano ai guagliuncielli che spacciano a cielo aperto, tra i giochi dei bambini che anche in un rione in balia della camorra, sognano una vita normale.

Il figlio e i fratelli della Passillona, dai rispettivi carceri nei quali sono detenuti, invocano vendetta: del sangue deve essere versato per lavare il sangue di Annunziata, ma devono essere loro a decidere chi, come, dove e quando.

Le sorti dei “carcerati del clan” si decideranno nelle aule di tribunale, a suon di riduzioni di pena ed escamotage applicati dagli avvocati per scarcerare i “pezzi da 90” dei D’Amico che scalciano, dalle celle nelle quali sono reclusi, per tornare a comandare.

Lo scorso 29 gennaio, nel territorio di pertinenza del clan De Micco, veniva ucciso Mario Volpicelli: 53 anni, professione commesso in una merceria del quartiere.

Ucciso perché sua moglie era Marinara Sarno, la sorella del boss Ciro, soprannominato “’o sindaco”.

Il suo omicidio si colloca nella scia di sangue maturata contro i pentiti del clan Sarno, motivo per il quale i parenti degli attuali collaboratori di giustizia sono stati tutti allontanati dal quartiere e trasferiti in località protette.

Ma Mario, lavoratore onesto, umile, perbene, era anche lo zio di Gennaro De Micco, “il sicario” del clan di Bodo, quello che, pertanto, viene stimato essere uno dei palpabili esecutori materiali dell’omicidio di Annunziata D’Amico.

Ragione per la quale, i gregari del clan D’Amico hanno festeggiato, al cospetto della morte di Mario, rivolgendo frasi del genere alla Passillona: “ora puoi riposare in Pace”, “ora hai smesso di soffrire, ora che sei l’angelo più bello, veglia su tutti noi da lassù.”

Secondo il modo di concepire la vita, la vendetta e la giustizia terrena del clan di Fraulella, il sangue innocente di Mario ha vendicato il “sangue innocente” di Annunziata D’Amico.

Una morte, quella di Mario Volpicelli, che ha galvanizzato le rimaneggiate forze del clan che continuano a contendersi il controllo del territorio con i De Micco, ma, a giugno del 2016 è giunta l’ennesima stangata: 94 arresti, prettamente maturati tra le mura del Rione Conocal di Ponticelli, tra i quali spiccano i nomi delle “donne-boss” e delle figure di maggiore spessore all’interno dell’organizzazione. Le intercettazioni e le immagini che documentano “il business” del clan D’Amico sono state rese pubbliche e il Rione è stato letteralmente liberato dalle imposizioni del clan.

Giusto il tempo di ridisegnare le gerarchie e riorganizzarsi: capannelli di piazze di spaccio, seppur più deboli rispetto al passato, continuano a persistere nel Conocal. Protagonisti dell’ultimissima versione del clan, ragazzini sempre più piccoli, addestrati fin dai primi vagiti per servire l’organizzazione.

Il dato che deve far riflettere è il seguente: 52 arresti nel marzo del 2015, 94 nel marzo del 2016. Addizionando a questi numeri, i gregari uccisi dai clan rivali, si raggiunge e si supera facilmente una cifra indicativa: 100.

Più di cento vite trucidate, ammanettate, recluse, condannate per aver scelto di servire la camorra.

Eppure, nuove reclute, soprattutto giovanissimi, si dimostrano puntualmente pronte a servire il clan, anche se la storia insegna che questa scelta si riveli puntualmente portatrice di un destino che incanala la vita in un tunnel putrido e cieco.

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